mercoledì 12 novembre 2008

EDITORIA NON CONFORME A BIELLA

BIELLA: venerdì 28 novembre, ore 21
Museo del territorio (via Quintino Sella 59):
IO NON SCORDO





mercoledì 5 novembre 2008

TROVATO, GRAZIE LUCA, hai vinto

Grazie alle indicazioni di Luca, ho trovato il luogo della foto proprio sulla costiera amalfitana: è un hotel. Perciò, Luca, il romanzo è per te: mandami una mail e te lo faccio avere.

martedì 7 ottobre 2008

"IL REGNO NASCOSTO" SU "FANTASY MAGAZINE"

Potete leggere una lunga intervista agli autori del romanzo cliccando qui:
http://www.fantasymagazine.it/notizie/9408/

BOTTA & RISPOSTA - QUANTO È GRANDE LA CITTÀ IDEALE?

di Marco Cimmino e Gabriele Marconi

Prima erano Maccari e Bontempelli a litigare tra Strapaese e Stracittà. Oggi, in periodi di magra,
la polemica ritorna con questo più semplice faccia a faccia sul vivere quotidiano, se sia migliore
nella metropoli o nella provincia felix

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E no, caro Gabriele: questa volta non mi freghi! Non vorrai mettere davvero la qualità della vita di una metropoli convulsa e incasinata come Roma o Milano con quella di una piccola città di provincia? «La noia e il tedio a morte del vivere in provincia…» cantava Guccini: il che dà la garanzia che si tratti di cazzata sesquipedale.
La piccola città è casa e campanile, umanità e campagna. Se ci fai caso, da qualche decennio in qua, tutto il meglio dell’Italia viene dalla periferia e tutto il peggio dal centro: lo si diceva con Morganti, grande provinciale, che non si maschererebbe mai da cittadino e non scambierebbe mai la Marecchia con il Tevere o l’Olona.
La metropoli è corruttrice: ti lusinga, ti risucchia, ti trasforma: dopo sei mesi a Roma, un varesotto già comincia a dire famose du’ spaghi! È la potenza del numero. Certo, ci mancherebbe: nella grande città trovi tutto. Negozi aperti di notte e ristoranti maghrebini, sante e cortigiane per tutti i gusti, luci sempre accese e porte sempre aperte. Bella roba! Da noi, nel fondo della più provinciale provincia, la notte si dorme, perché al mattino si lavora! Però, è nella periferia dell’impero che la gente ha ancora il tempo di pensare, e guarda le piroette della politica, della moda, del cinema, vedendole per quel che sono: piroette, appunto, e nulla più. Il Bepi, seduto al bar, con davanti il giornale, commenta: «Non ci sono più gli uomini di una volta!»; che sarà anche un luogo comune, ma è la pura verità. Verità di provincia, certo, ma sempre meglio delle panzane che escono dalle redazioni e dalle sedi di partito, dove siede e si ingrassa un potere flaccido, autoreferenziale, alieno alla realtà del Paese.
La realtà siamo noi, caro Gabriele: non sono gli upper ten thousands, i felici pochi della tua bella canzone. La realtà di questa poverissima Patria nostra sono tutti gli altri: i milioni di esseri umani che fanno un’altra vita, che pagano la benzina e il biglietto del cinematografo, che vanno avanti e indietro tra casa e lavoro, che mettono al mondo figli e non corrono dietro alle soubrette. La vera Italia è questa, provinciale, banale, meravigliosamente normale: quella per cui la televisione è un passatempo, non un posto dove andare a parlare. Ricordo una conferenza che si tenne a Bergamo, parecchi anni fa: tra i relatori c’era quel geniaccio di Stenio Solinas, che, per il suo caratteristico amor di paradosso, sostenne ultra rationem la causa del centralismo cultural-politico. Voialtri provinciali, disse in definitiva, non contate una sega… potete pure discutere, studiare, applicarvi, ma il potere conosce solo due luoghi, in Italia: Roma e Milano. Perciò, potete pure finirla di organizzare convegni e pubblici dibattiti, perché, tanto, le cose si decidono altrove. Il che corrisponde a pura verità: la stessa persona, a Vigevano o a Milano, svolgerebbe ruoli diversi, avrebbe un diverso peso, indosserebbe abiti diversi, parlerebbe diversamente. In altre parole, a Milano farebbe carriera. Solo che il punto non è questo: a Roma si fa carriera? Si vive svelti? Si esce a cena col ministro tale e col senatore talaltro? Un bel chissenefrega non riesce ad esprimere tutto il mio disinteresse per la cosa: rendo l’idea?


A Bergamo, vado al lavoro in bicicletta, parcheggio sotto casa e mi accontento di essere il padrone assoluto del mio minuscolo impero, che comincia dall’ingresso e si conclude in camera da letto. A Milano o a Roma mi sentirei un pesce fuor d’acqua, un topo di campagna: perderei tutte le mani di quella partita a poker che è la vita.
Ognuno dovrebbe seguire il proprio destino: maestri di Vigevano e professori bergamaschi (facendo le corna…). E non citarmi Chicco Testa, che è un bergamasco sui generis: Testa non fa testo. Non si è mai visto un bergamasco che faccia una supercarriera senza ragione e che parli di tutto senza avere la minima idea di quel che si sta dicendo: è l’eccezione che conferma la regola… Oppure, magari anch’io diventerei consigliere culturale di qualche papaverone di partito, chessò: mi metterei in tasca dei bei denari, a forza di consulenze, sinecure e regalie. E poi? Poi mi infoiberei in un traffico che ti succhia il cervello, tutti i giorni, tutto il giorno: parcheggerei in tripla fila, ci metterei due ore ad arrivare a un appuntamento e, comunque, arriverei in ritardo. E, quando mi venisse voglia di vedere la neve, dovrei allungare il collo dall’ultimo piano, per ammirare l’azzurra lontananza del Soratte (vide ut alta…) o del Monte Rosa: remoti miraggi di libertà e di purezza.
No, grazie, caro Gabriele: ci vuole un’altra vita! Già odio entrare nei flussi umani di quest’epoca di pazzi: l’esodo, il rientro, la partita, l’ingorgo, l’outlet, il centro commerciale, il fitness, il diavolo che se li porti tutti quanti! Figurati se potrei vivere in un posto in cui l’ingorgo è la regola, la partita paralizza un milione di persone, la domenica sera ci sono venti chilometri di coda per tornare a casa…


La metropoli è labirinto e confusione: Walter Benjamin non era poi così fesso. Oppure è divisa in tanti microvillaggi: vivi nel tuo quartiere, dove conosci tutti e tutti ti conoscono: un mondo alla Pratolini, con cinquant’anni di ritardo. La Garbatella o Quarto Oggiaro come via del Corno. Come vivere assediati. Sai che bel vantaggio: un paese circondato da semafori e tangenziali, anziché da campagna e collina! Tanto è vero che un sacco di gente ha scoperto il pendolarismo di lusso: partono dai paesi dell’hinterland, con i loro suv e le loro station-wagon, vengono in centro a lavorare e, a sera, se ne tornano in campagna, nelle loro villette a schiera, pietra a vista, ampia tavernetta e doppio box, giardino di proprietà. Peccato che questo fare avantindrè si mangi dalle tre alle quattro ore della loro vita, ogni giorno: facendo due conticini, ogni anno questi giovani manager, questi medio borghesi su quattro ruote, si fumano cinque settimane di vita a premere frizioni e ascoltare autoradio, in coda. Sarebbe un anno ogni dieci… Sono quelli che amano Chiambretti, i romanzi da segaioli, con tutte quelle vite complicate da mille considerazioni superflue, le vacanze a Los Roques o in Patagonia: fanno così perché vorrei vedere te, quaranta giorni all’anno chiuso in macchina. Poi dicono che la gente rincoglionisce!
Invece, la provincia è rasserenante: c’è il sindaco tangentaro, l’assessore con la moglie zoccola, piccoli furti e piccoli imbrogli. Ci sono le commendatizie per far assumere in banca il figlio che non ha voglia di studiare, i salotti buoni e quelli così così, la gente che dice ancora: “Lei non sa chi sono io!”. A Roma non può accadere, perché tutti pensano di essere un pezzo talmente grosso da obbligare tutti gli altri a sapere chi è: anche l’ultimo stronzo, eletto in Parlamento perché ha una sorella gnocca che piaceva al capo corrente del suo partito.
Credimi, Gabriele: il futuro è provinciale. Con la televisione pay per view, i politicanti milanesromani non se li filerà più nessuno: chi vuoi che paghi per conoscere le opinioni di D’Alema o di Bonaiuti? Sarà una mutazione epocale: torneranno le serate in famiglia, a vedere Tutti pazzi per Mary. E i bradipi come me, quelli che hanno tutto nel raggio di un chilometro da casa, trionferanno.
Noi provinciali siamo inequivocabilmente cocciuti, siamo i Bartleby contemporanei: anziché “I prefer not too!”, ripetiamo, come un’ecolalia “Casa dolce casa”. E la nostra casa è anche la nostra città: una città grande la metà di un municipio romano. Qui da noi, se un figlio vuole fare il liceo classico, sale due scalette e ci arriva: se un ragazzino di Sesto San Giovanni si iscrive al “Parini”, gli tocca prendere casa in centro o alzarsi alle quattro del mattino! Vita, vita: è la nostra vita, questa…
La metropoli, ormai, è il simbolo della cancrena che corrode la nostra comunità umana: una sterminata massa di persone, tutte sole, tutte incazzate, tutte disperatamente concentrate nei propri itinerari, nella propria lugubre esistenza, nel loro perenne circuitare. E, allora, bisogna divertirsi, quando si può: tac, scatta l’ora dell’aperitivo, e migliaia di persone corrono, per assicurarsi un tavolino, uno sgabello, un angoletto. Perfino una delle più rilassanti abitudini italiane si trasforma in una specie di pratica agonistica, fastidiosamente obbligativa. La grande città: vista dall’alto è un deserto di lucine accese. Ti domandi cosa ci sarà dietro ogni finestrina, dentro quelle case, che ti sembrano tutte uguali: ti chiedi che vita facciamo e cosa stiamo diventando. La provincia è una gran mamma, dalle tette accoglienti: è una terra dello spirito, l’eterno ritorno, il rifugio e il castello. Lì, i suoni della metropoli arrivano ovattati, depotenziati: ci puoi anche far su una bella risata. “Sai, Fini ha detto così e cosà!”, “Ah davvero? Vuoi un altro po’ di birra? Salute!”.
Siamo così, noi provinciali: disinformati, disinteressati, anche un tantino menefreghisti. Ma dimmi tu, caro Gabriele, se valga la pena di informarsi, quando l’informazione è quasi tutta inutile o gonfiata. Dimmi se serva interessarsi a cose sulle quali non abbiamo la minima voce in capitolo. Dimmi se, piuttosto che farsi venire il fegato come un pallone, non sia meglio essere un po’ menefreghisti: portare fuori il cane, fare due chiacchiere col vicino, andare a sciare. Perché la metropoli, vista da quaggiù, è soltanto un formicaio. E tutti i grand’uomini che la affollano sono soltanto puntini, lontanissimi. Ti affacci al balcone, e vedi il sole scendere dietro i colli, con una fantasmagoria di rossi, di verdi, di rosa, di azzurri, e il profilo nero dei cipressi: casa, pensi, casa mia! Non ci saranno archi e colonne, ma ci sono le buone, vecchie, care pietre che hai calpestato da quando eri piccolo piccolo: e il mondo ti sembra tutto lì, minimo, ma caldo e pulito.
Perché noi, gente di provincia, alla fine, preferiamo star qui, nel nostro orticello, con il droghiere e il giornalaio che non ti chiamano “dotto’”, a meno che non sappiano che fai il medico, e, anche in quel caso, non sono usi all’apocope. Perché la periferia dell’Italia è questo: un posto normale per gente normale. Senza ricchi premi e cotillon, ma, almeno, un posto vero.
Non voglio mica dire che Roma o Milano non siano posti veri, intendiamoci: solo che hanno perso la loro anima. C’è la canzone di Marcello che è meravigliosa, commovente: ma quella non è Roma, è un sogno ad occhi aperti. Certi luoghi si sono, per così dire, diluiti: troppa gente, troppi forestieri, troppe cose insieme. Dov’è quella Roma profumata, un poco sguaiata, in falpalà, di Trilussa? Dove la Milano sensata e sanguigna di Carlin Porta? Dov’è che si nascondono Meo del Cacchio e Giovannin Bongee? Cosa è rimasto delle metropoli, al di là delle insegne luminose, delle fermate della metro, dei raccordi anulari? Sapessi quanto le ho amate, le grandi città, quando me le immaginavo soltanto: la Parigi di Maupassant, la Londra di Wodehouse, la Milano di De Marchi e la Roma di Pascarella! Ma oggi, in quest’epoca meravigliosa di globalismo e di benessere, cosa distingue Roma e Milano da Pechino, Vancouver, Berlino? Non intendo il clima, né i monumenti: dico dello spirito delle città, della loro intima personalità. Le grandi città, ormai, sono tutte uguali e, quel che è peggio, anche le cittadine di provincia si sono avviate in questa direzione: scimmiottano le metropoli, si truccano, si dipingono, si riempiono di obbrobri architettonici, progettati da dei Renzo Piano in diciottesimo, per ricreare delle Potsdamer Platz grottesche, a Brescia, a Treviso, a Pordenone.
Lo vedi Gabriele: il cancro dilaga, dal centro verso le periferie dell’impero. Bisognerebbe capirlo e intervenire: riprovincializzare le metropoli, rivalutare il villaggio, il comune, la polis. Sì, figurati…
Comunque, per ora, resistiamo impavidi, sulle nostre barricate di polenta taragna, armati della trisa per mestare nel paiolo. Domani è un altro giorno: una volta o l’altra dovrò cambiare automobile, e chissà che non mi compri un suv! E pensare che Roma è la città più bella del mondo! Che peccato il progresso…
Alla prossima.


E no, caro Marco: sarà perché mi prendo la libertà di esser io a risponderti (e arrivando secondo posso aggiustare il tiro), ma a fregarti ci hai pensato da solo in partenza! Tutto il meglio dalla periferia, dici? Anzi “dite”, giacché ne convenivi col Morganti? Ah! Bella questa: allora Cogne è un quartiere di Milano, Niscemi un rione al centro di Roma e Manfredonia fa cinque milioni di abitanti… Non dico che anche in una metropoli non possa accadere che una mamma ammazzi il proprio figlio, un branco massacri e uccida una ragazzina dopo averci fatto sesso o un’altra ragazzina venga assassinata a pietrate alla fine di una storiaccia infame. Ma le esplosioni di follia e il degrado più abominevole, negli ultimi anni, a me pare più facile trovarli nei paeselli che tu dici del bel vivere.
È che questa mania della fuga dalle città per tornare alla campagna sta facendo più danni di un piccolo tsunami. Perché nel silenzio e nella solitudine le depressioni s’ingigantiscono.
Certo, non è tutta così la provincia, anzi! Ma nemmeno è quel paradiso dei buoni sentimenti che vorresti convincermi a credere. E dimmi poi perché mai in città non dovrebbero esserci quei simpaticoni dei quali vanti la frequentazione nella tua Bergamo o dove vuoi tu…
Il problema vostro… dico di voi provinciali… è che pensate davvero che la città sia quella che appare in televisione: ma ti pare che a Roma o a Milano tutti escano (o vogliano uscire) a cena con quest’assessore o quel ministro? (E che quell’assessore o quel ministro debbano per forza essere malvagi?). O che il desiderio di tutti sia diventare consigliere e/o manutengolo di qualche papaverone? L’idea che avete della città è così radicata (proprio come le vecchie perle di saggezza popolare…) che nulla potrebbe mai sbiadire l’immagine così come l’avete costruita: in città si fa così e cosà, sono tutti così e cosà… tutti corrono (a Milano) tutti poltriscono (a Roma) e tutti sono avidi e arrivisti (sia a Milano che a Roma).
Perdonami, Marco, ma il tuo ragionamento sfiora quello del “Milanese” che spiega ai fratelli Caponi (Mario Castellani a Totò e Peppino) come ci si deve vestire e comportare a Milano per andare a trovare la Malafemmina…



Ed è vero che a Roma quasi mai trovi quello che dice “lei non sa chi sono io”… è difficile che accada, ma non perché tutti pensino di essere chissà chi, come dici tu: è che ai romani non gliene potrebbe importare di meno di chi sei o dici di essere. Mi viene in mente quella volta in cui zio Renzo, alle prese con un tizio che gli aveva risposto appunto col fatidico «Lei non sa chi sono io», alzò le mani e disse ad alta voce: «Zitti tutti, che adesso ‘sto stronzo ce dice chi è!». Roma è questa, Marco e tu lo sai.
Perché la questione va inquadrata più da vicino, caro mio! Certo che se osservi la città dall’alto, a volo non d’uccello ma d’aereo, vedi un agglomerato informe che avanza verso la campagna come una metastasi. Ma non è così che funziona: anche le grandi città sono formate da tanti piccoli centri - i quartieri - dove il vivere quotidiano è molto più simile a quello del paese di quanto si possa pensare… E infatti sbagli a citare la Garbatella, perché è tutt’altro che un quartiere-dormitorio come Quarto Oggiaro. Ci sono i Brutti Posti, ovvio, come dappertutto, ma di solito i vantaggi superano di gran lunga i difetti. E non sto là a sbattere sul tavolo la briscola e l’assopigliatutto della vita culturale, come farebbe quel dandy d’altri tempi che è Renato Besana, che ti ricorderebbe «la linea perfetta di una Lamborghini Miura, il disegno delle stanze della Torre Velasca o del grattacielo Pirelli» che son tutti frutti cittadini, come cittadina è la nostra civiltà da sempre. No, non voglio infierire con le occasioni culturali che in provincia devi cercarle col lanternino: parlo proprio di vivere sociale, di conoscenze e possibilità d’incontro, per i bambini come per i vecchi, che in città trovano un’assistenza che in provincia se la sognano. E mia figlia per frequentare il classico andrà all’“Orazio”, che sta là in fondo alla strada e che è frequentato da tutti giovani “indigeni”… insomma del quartiere. Poi se c’è qualcuno che, abitando a Centocelle, ha la fregola di iscrivere il figlio al “Mamiani” perché i rivoluzionari di buona famiglia ne parlano tanto bene su La Repubblica e ci fanno i film, be’, fattacci loro!


Insomma io ci vivo bene in città, non sono di quelli che scappano ogni sera in campagna perdendo nel traffico la pace che acquistano nella casetta di provincia. Vedi, le pietre che ho calpestato da bambino, quelle di cui parli, anche loro stanno sempre là nel prato dove giocavo a pallone. Certo, magari qualche punto di vista s’è perso: prima si vedevano i Castelli e arrivava il ponentino, mentre adesso svettano le insegna dell’Ikea e di Leroy Marlin…
Il fatto è, caro Marco, che quel che tu rimpiangi delle città che non ci sono più, è vero per tutto il nostro mondo e il nostro tempo! È vero per la metropoli come per il paesello. È vero al Sud com’è vero al Nord. Fidati, che anche se Trilussa e Carlin Porta potessero tornare in vita oggi stesso, sceglierebbero ancora la loro città, con tutti i difetti antichi e nuovi. Perché quello che fa più danni, il consumismo immorale, è qualcosa che non si ferma ai confini della metropoli, anzi! Arrivo a dire che il cancro edonista fa più danni in provincia, perché i miraggi mostrati in tv, le icone alzate come tanti vitelli d’oro sono più lontani e frustranti che mai: e allora, uno che si compra il bolide e gli occhiali fascianti, dopo aver palestrato e lampadato il corpo, che fa? Si ferma al bar davanti alla chiesa, guarda i vecchi che giocano a carte, le stradicelle buie (ché i paesani operosi dormono presto il sonno dei giusti), si scola quattro o cinque sani bicchierozzi provinciali, dopodiché per vincere la noia si va a schiantare contro la vecchia quercia in fondo alla statale, quella dove si arrampicava da bambino e che, grazie al sano vivere paesano, sta ancora là…
Quello che diceva Konrad Lorenz sul vivere in città, con le case che non a caso diventano appartamenti, con la gente che appunto si “apparta” e non condivide più il vivere sociale, è sacrosanto, come no! Ma è vero tanto più in provincia, ormai, perché è lo spirito comunitario ad essersi spezzato e l’egoismo, allora, mette radici molto più solide nelle casette isolate l’una dall’altra che si trovano in provincia, dove ormai il visitatore serale non viene più salutato come un gradito e sacro ospite come accadeva un tempo, perché oggi, quando fuori è buio e la casa più vicina sta a duecento metri e il commissariato è lontano quattro chilometri, se bussano alla porta la prima reazione è di paura! Non ti aspetti allegri conoscenti ma una banda di nuovi desperados specializzati nelle rapine in villa.
E allora, facendo due più due, mi tengo amatriciana e coda alla vaccinara. E aspetto in un domani migliore, non credendoci più di tanto ma sperandolo da morire. E cercando ancora di volerlo.
Sulla chiosa ti correggo: che peccato questo progresso!
Alla prossima.

lunedì 8 settembre 2008

BOTTA & RISPOSTA - ARWEN VS EOWYN: SACRIFICIO O RIBELLIONE, MA SEMPRE PER AMORE


di Marco Cimmino e Gabriele Marconi
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Quali sono le donne più degne d’essere amate? Quelle che resistono malgrado tutto e tutti,
o quelle che combattono a fronte alta? Quelle che muoiono di dolore per la morte del proprio uomo o quelle che si ribellano alle avversità?


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E no, caro Gabriele: la donna vera, quella che ama
 eroicamente ed eroicamente combatte, non è una specie di virago. Un uomo con le tette e la spada. È, semmai, quella che resiste come una rocca catara: quella che, senza strepiti di buccine, è capace di qualunque sacrificio per l’oggetto del proprio amore. Per capirci, nonostante le evidenti manchevolezze della trasposizione cinematografica, l’eroina del Signore degli Anelli, per me, è Arwen, non Eowyn. Arwen Undòmiel, figlia di Elrond e di Celebrìan, la stella del crepuscolo. Poco importa se sullo schermo è diventata una specie di supergnocca lacrimosa e sbaciucchievole: che mi dici, allora, del sire di Granburrone, che piange di gioia alle nozze della figlia (che, per lui, equivalgono al suo funerale), come un qualunque bottegaio? This is Hollywood, baby…
La storia, invece, ci fornisce esempi a iosa di queste femmine eroiche, che non si dimenticano mai di essere donne e, soprattutto, del fatto che la donna è diversa dall’uomo: né meglio né peggio, ma diversa. Arwen è immortale: è una mezzelfa della Terza Era e, se si recasse nelle terre di Valinor, potrebbe vivere in eterno. Decide di rimanere nella Terra di Mezzo, anche se tutto sembra perduto, anche se le ombre avanzano, sapendo che questo significa rinunciare all’eternità: se questo non è eroismo! Lo fa per amore, ma anche perch
é crede: la sua fede le porta speranza.
È lei la mia prediletta. Io non amo le fanfare, le armature chiassose, i proclami, la volontà invincibile di quelli che, alla fine, se ne restano a casa: ma so riconoscere il coraggio, quando lo vedo. E il coraggio femminile, almeno in letteratura, è soprattutto coraggio resistente: coraggio sostanziale. Da Alcesti alla moglie di Trasea Peto, la tradizione antica è piena di donne di questo conio. Ne prendo una, per tutte: Antigone. La più celebre eroina sofoclea non è una donna che sfida il potere, con parole altisonanti. Appare, anzi, quasi rassegnata: una forza superiore le impone ciò che si accinge a fare. Antigone va alla morte con tranquilla e dolorosa consapevolezza della ineluttabile necessità del suo gesto: seppellire un fratello, secondo la legge del sangue e della pietà. È l’amore, non l’odio che anima la tragedia.
Vero è ben, caro Gabriele, che nell’opera di Sofocle si contrappongono - come sempre nella tragedia greca - due visioni religiose e civili. Ma è altrettanto vero che Antigone è un personaggio completamente eroico e completamente femminile: apparentemente debole e indifesa, ma in realtà più forte della pietra delle mura di Tebe.Credo che l’archetipo sia nato allora: e da allora si sia evoluto e circostanziato, attraverso passaggi, talvolta evidenti, talaltra meno. Indubbiamente, ha molto influenzato questa immagine di eroismo al femminile la lezione cristiana: le martiri, ad esempio, il cui tranquillo senso del dovere si esemplificava sul modello della Madonna. Ecce Ancilla Domini. Però, dammi atto che la letteratura europea ha sempre percepito questa duplicità femminina, su cui noi due, ancora adesso, discutiamo e, anzi, spesso ci ha pure giocato sopra, creando donne di cartapesta, che facessero il verso alle nostre ispiratrici. Tutte le donne della cavalleria rinascimentale, ad esempio, Angelica e Bradamante, Armida e Clorinda, sono prodotti artefatti, artificiali. La vera anima bifronte dell’eroismo femminile è altra. Vediamo qualche esempio europeo.
Il primo nome che mi venga in mente è quello di Aude, moglie di Roland: Alda la bella, che compare in un solo luogo della Chanson più celebre della letteratura mondiale. Un’assoluta comprimaria, che, per solito, non lascia traccia in chi legga la materia di Francia. Invece, Aude esiste: e muore. La sua morte, sintetica al di là del lecito, è l’esatto contrario di quella, cerimoniale e protratta oltre ogni limite, di suo marito, Roland. Di lui conosciamo i
l transito nei dettagli: ce lo recita come un pupo siciliano, dicendoci che adesso muore, che si arrende, che aspetta gli angeli. E gli angeli arrivano, c’è il fervorino dedicato alla spada, che è chiara e lucente: alla moglie nemmeno un cenno. Roland non tollera che il lettore venga distratto dal suo gloriosissimo trapasso. Aude non appare, non recita, non tiene sermoni: muore di dolore quando le dicono che è morto suo marito. Muore d’amore. Tutto ciò che sappiamo di lei è quel che ci dice il poeta: ossia che non sopravvisse al terribile cordoglio. Questo è l’eroismo che amo: un eroismo romanico, non barocco.
Così, caro Gabriele, vedi bene che i miei gusti impossibili mal si accompagnano alle eroine del poema cavalleresco: alle donnone bionde, grandi e grosse, con l’armatura. Le Brandimarte, le Bradamante: Ariosto come Spenser, Boiardo come Tasso, il Faerie Queene e l’Amadigi. Fino alla caricatura meravigliosa del Saavedra: fino a Dulcinea del Toboso e alla valentia dell’ultimo errante, dell’hidalgo dalla triste figura. I secoli intermedi, tra Rolando e la modernità, furono afflitti da eroine bistrate e truccate: fu epoca di avvelenatrici e cortigiane: Beatrice Cenci
 e la Borgia Lucrezia, magistra farmacorum. Ma credimi, l’eroina che è cara al mio cuore non era sparita, eclissata dalle dame con l’ermellino e dalle fornarine, dalle Eleonore e dalle Caterine: aspettava, semplicemente, che la storia ripassasse di lì. E, quando il romanzo cominciò a staccarsi dall’archetipo rinascimentale, ricominciarono a far capolino, dapprima timidamente e, poi, con sempre maggior lena, le donne vere.
Perfino in quella fase monumentale dell’eroismo da baraccone che fu il Romanticismo, assistiamo a qualcosa che, se non è il ritorno delle donne eroiche, almeno ci assomiglia: accanto all’algida Rowena, appare Rebecca, ebrea piena di passione disperata. Ed è il 1810: Walter Scott forse lo ignora, ma sta creando il futuro, col suo Ivanhoe. Qualcosa di simile accade nella pur diafana femminilità di Lucia Mondella: troppo passivamente religiosa per avere un carattere, ma pure eroica nella sua ostinata fede, perinde ac cadaver.
Sarà però la grande stagione del romanzo francese a restituirci la donna, ero
ica al femminile: Eugenie Grandet è uno schiaffo in faccia alle dame e alle cingane di Victor Hugo, alle invasate di Stendhal, a Mathilde de la Mole, e che il diavolo se la porti.
Lo so cosa stai pensando: che, come sempre, mi lascio trasportare dal mio lavoro. Che non mi dimentico mai degli aspetti scolastici della letteratura e che questo mi acceca, mi distoglie dal problema vero. Sarà anche: ognuno è figlio del proprio destino. Ma, credimi, c’è un palpito autentico in quel che dico: certe donne di carta sono veramente capaci di emozionarmi. Come Gozzano, dolceamaro, tra lo sghignazzo e l’idillio, anch’io confesso, davanti all’amica di nonna Speranza: te sola avrei potuto amare, amare d’amore… Che dire di certe eroine capaci di asperrime bohèmes, portate fino all’estremo sacrificio purché il loro uomo riesca in qualche impresa titanica: possente eroismo dell’annullarsi per dare la vita. Come morire di parto. La protagonista sublime de Il lupo della steppa di Hesse, che muore perché il solitario possa terminare il cammino. Donne come pietre di Filitosa, come colonne sul
 promontorio. Non clamorose commedianti, come la dolicocefala bionda di Pitigrilli: sempre tesa a stupire, a vincere, a brillare. Neppure come le finte donne neorealiste di Pratolini, che a sedici anni ragionano come Ave Ninchi nel corpo di Alida Valli. Donne vere, dolorosamente inclini ad amare una volta sola e per sempre, senza remissione né rimpianto.
Caro Gabriele, io amo le donne carsiche, la cui vera vita scorre sottoterra, come il misterioso Timavo e la cui vena riemerge soltanto in prossimità del mare: laddove possano mostrare la loro vera natura, morendo. Quella che si innamora di Emilio ne La madonna dei filosofi, e continua eroicamente ad amarlo nel segreto, ad amare la sua assenza infinita, opponendo all’ottusa politica matrimoniale dei borghesissimi, ignari, genitori la caparbietà quieta dei suoi vent’anni.
Arwen, insomma, non Eowyn: colei che attende non quella che cerca la morte in battaglia, come qualunque uomo respinto farebbe. E oggi, mi dirai: dove sono oggi le eroine? In letteratura no, certo: le donne letterarie o collezionano uomini come si infilerebbero perline o sono psicotiche, incapricciate di qualche volubile mania, troppo grasse o troppo ma
gre. Troppo costruite e destrutturate: troppo poco donne per essere buona letteratura. Nella vita reale, probabilmente, qualche eroina di quelle che dico io c’è ancora: ma, secondo regola, o non mi conosce o, se mi conosce, mi evita. Eppure, mi piacerebbe che una donna così si occupasse di me: dei miei capricci e della mia avanzante demenza senile. Come l’amante del marchese di Roccaverdina: una donna caparbiamente fedele, che mi chiamasse «figlio mio» e mi pulisse la bocca quando sbavo. Ohibò. Un’amante di tutta una vita, come in Fort comme la mort di Maupassant: e io come Olivier Bertin, artista ben pasciuto ma ancora disposto all’impazzamento. Mi gusterebbe. L’esatto contrario di un’Emma Bovary.
Perché, in fondo, caro Gabriele, la verità è che sono io a non essere all’altezza di una donna eroica. Un’Arwen non me la meriterei. Ma di un’Eowyn, francamente, avrei qualche soggezione: metti che s’incazzi e mi tratti come il Nazgûl del Re Negromante…
Alla prossima!


E no, caro 
Marco: la donna vera, quella che ama eroicamente ed eroicamente combatte, non è quella che sceglie per sé una vita da zerbino per consentire all’uomo suo di pulircisi gli stivali nuovi. Ma non è nemmeno la virago che paventi tu, sia ben chiaro! Non potrei mai amare una Pentesilea regina delle amazzoni (anche perché non mi si filerebbe di striscio, pensando alla sua Clonia…). Però guarda Turno quant’era felice di avere al fianco in battaglia una tipa come la vergine Camilla, allevata a pane e lame epperò bella come il sole (e non per ni
ente Dante Alighieri la ricorda come la prima martire per la libertà della nostra amata patria). Tu mi dirai che infatti vergine era e vergine è rimasta, ma essendo morta giovane non sapremo mai se qualcuno l’avrebbe prima o poi conquistata visto che, a differenza delle amazzoni, lei non preferiva le donne agli uomini ma semplicemente si era votata alla castità come Diana cacciatrice, alla quale il padre Metabo, re di Priverno caduto in disgrazia e fuggito nei boschi, l’aveva affidata fin da bambina. Non potremo mai sapere se il Turno di turno sarebbe mai riuscito un giorno a spulzellarla, visto che lui venne sbudellato da Enea sulle sponde del Tevere e lei morì guerreggiando per difenderlo. Ma d’altra parte il mito è bello così com’è e serve con chiarezza d’immagini a togliere incertezze piuttosto che a crearne di nuove...
Vedi bene, Marco, che una come Camilla non si presenta con sparate ampollose e volgari vanaglorie, perché la verità è che l’ardimento, sia esso maschile o femminile, di barocco ha proprio nulla! Capiamoci bene, insomma: tu accosteresti le dichiarazioni altisonanti ai guerrieri più valenti? No, appunto… in vita nostra ne abbiamo coglionati fin troppi, di capitanfracassi, per non riderne ancora adesso, amico mio. E allora perché sminuire la valentia di certe donne con presunte vanterie barocche?
Il fatto è che la donna che s’immola m’intenerisce, certo, ma per far risuonare il ferro ci vuole altro ferro, n’es pas? Eowyn che va alla guerra cavalcando insieme ai Rohirrim in soccorso di Gondor non sacrifica la sua femminilità: la sublima seguendo lo stesso impeto che avrebbe preferito gettare in ben altra tenzone con Aragorn… Ma dico, te l’immagini i ruggiti di una donna del genere? Ecco, appunto, vedo che mi capisci, caro Marco. Va da sé che parlando di ruggiti si pensa al leone e non a caso: perché anche il re della foresta si guarda bene dal tagliar le unghie alla sua dama, visto che è lei a portare a casa la pagnotta mentre lui aspetta e, nel caso, difende lei e la famiglia da bravo soldato.
La donna che ami è come il Timavo, dici, che s’affonda nella roccia per scorrere in segreto, sospirando nell’oscurità, e poi mostrarsi di nuovo al cielo solo per morire, com’è sua natura… Mi tornano alla mente i sospiri di Melania per Ashley e già sento l’orticaria, vedi? Come si fa a ribollire per quella mielosa palla al piede che appesta le pagine di Via col vento di Margaret Mitchell? No no, io dico mille volte evviva Rossella O’Hara! Ma viva la faccia, caro Marco: con una donna così rivolti il mondo (certo, a patto di essere una scorza dura come Rhett Butler, ma queste sono sfide che val la pena provare). Con una come Melania l’esperienza più radicale che ti possa capitare (mi perdonerai) è beccarti il diabete mangiando pane e acqua.
E restando in tema di guerra… sarà che ai tempi dei casini a scuola e in piazza ho conosciuto ragazze che quanto a coraggio davano dei punti a tanti di noi maschietti, ma le uniche donne che nella letteratura contemporanea mi hanno commosso sono state quelle che hanno preso parte, non quelle che aspettavano a casa, appunto, sospirando. Le partigiane di Levi, se vogliamo (anche se parteggiavo per il fronte opposto), e tanto più le ausiliarie della Repubblica sociale, che pagarono lo scotto più terribile per aver voluto indossare una divisa votata alla sconfitta, in nome di quell’onore d’Italia per il quale i loro coetanei andarono incontro alla morte, quella fisica o quella della dannazione futura.
E che mi dici di Evita Peron? Dico, era o non era una che avresti pagato oro per averla a fianco? È grazie a lei se il peronismo è passato dalla storia al mito. Senza la signora dei descamisados argentini, regina di passione e dedizione e di bellezza e di eleganza e di coraggio, suo marito Juan Domingo sarebbe stato lo stesso? Io dico di no, e la storia della pallida seconda moglie Isabelita (quella sì, copia scialba e barocca della prima) ne è la prova provata.
Dammi retta, caro Marco, sarà pur vero che le nostre misere vite e i nostri tempi ancor più miseri non meritano una Eowyn né una Arwen… Ma se è vero che al volger delle tenebre l’unica luce viene dai sogni (che pure alimentano la speranza), allora che questo sognare sia intrepido e superbo, proprio come la figlia di Theoden che cavalca verso i campi del Pelennor.
Hasta luego, Marco. Alla prossima.