Il rumore del motore, generalmente insopportabile all’interno del blindato, era fortunatamente attutito dai crediti ammassati nell’abitacolo, così non c’era bisogno di coprirsi le orecchie con le cuffie isolanti. Dopo cinque minuti, mentre il veicolo sobbalzava sorpassando le macerie di un banca, Mapang provò a chiedere a Zivelianna perché si fosse offesa: «Scusa, Zive, ma se io rido di te non è la stessa cosa di te che ridi di me?».
«Non capisci: è ovvio che è diverso».
«Ma perché è diverso?».
Zivelianna lo guardò scuotendo la testa: «Quando riuscirai a capire le donne sarà sempre troppo tardi, Ciccio».
Mapang sorrise: «Era tanto che non mi chiamavi “Ciccio”…».
«Non ti ho chiamato Ciccio».
«Sì che mi hai chiamato Ciccio».
«Sei noioso».
«Ma…».
«E sei irrecuperabile. Quindi non ti posso aver chiamato Ciccio».
«Ok. Ci rinuncio».
«Ah, ecco, lo vedi? Non te ne importa niente, di me!».
«Brutta storia…» mormorò Mapang stringendo le mani sul volante.
«Come mi hai chiamata? Come hai osato chiamarmi?».
«Io? Ma che…».
«Ti ho sentito benissimo, cafone! Tutti uguali, gli uomini: appena fanno due soldi, pensano di potersi permettere tutto. Ritira subito o sono affari tuoi!».
«Ho detto “brutta storia”, cosa…».
«Hai detto la parolaccia che fa rima con “boia”! Non ti azzardare a negarlo!».
«Oh, io non ho detto niente del genere, va bene? Comunque sia… senti, Zive, facciamola finita, vuoi? Ti chiedo scusa e chiudiamola qui».
«Ah, lo ammetti allora, bastardo di un romano! E io, ingenua, che quasi quasi credevo di aver sentito male!».
Fu allora che Mapang, mettendosi le mani in testa per non sbatterla sull’acciaio dell’abitacolo, lasciò il volante. Dopo qualche secondo il blindato s’infilava a capofitto nelle scale della metropolitana, andando a sradicare i tornelli all’entrata dei binari. E lì si fermò.
Anche il cappotto nero, che già scendeva il primo gradino con un sorriso che scopriva i denti gialli, fece un passo indietro sentendo l’ululato di Mapang.
(fine della quindicesima puntata)
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mercoledì 4 giugno 2008
mercoledì 21 maggio 2008
È estate, Mapang! (14)

Era andata che Mapang, definitivamente incazzato con la malasorte, aveva sbroccato ed era partito alla carica contro il blindato che aveva mandato in fumo la sua ultima speranza di salvezza. Vedendo arrivare quel pazzo, l’Esterno posizionato sulla torretta aveva pensato che dopo tutto era più semplice continuare a pascolare tra i tossici intorno alla stazione, quindi era saltato giù per sparire tra le macerie di un MacDonald’s, ancora avvolte in una nuvola di fumo nero (che, per la verità, puzzava meno dei Big Mac serviti a pranzo) e aveva lasciato il portello spalancato. A Mapang era bastato un salto per arrivare a sbirciare dentro: un secondo Esterno incitava il motore del blindato gridando come un cowboy che spinge il cavallo al galoppo.
Il pezzo di tubo Farson aveva fatto il grosso del lavoro sporco, per il resto era bastata la faccia stralunata di Mapang. Per farla breve, l’Esterno era schizzato fuori dal blindato, raggiungendo il suo compare nel fumo nero del MacD.
«Dai, Zive, salta su…».
Tenendo il motore al minimo, Mapang fiancheggiava il marciapiede del vialone, cercando di convincere Zivelianna a salire con lui sul blindato, come fosse su una decappottabile rockabilly. L’aveva riempito fino all’inverosimile con i crediti piovuti su ‘Zaerbe dagli uffici devastati dei Biancalana, ma stringendosi sul seggiolino di guida ci si poteva stare pure in due.
Una barricata fatta con cassonetti e vasi di cemento occupava metà del vialone, così Mapang dovette allontanarsi dal marciapiede per continuare ad avanzare.
Alzò di un paio di tacche il volume dell’altoparlante e ricominciò a gracchiare.
«Zive…».
«Lasciami perdere».
«Ma anche tu ridevi, prima! Eppure io non mi sono offeso!».
«È diverso».
«Perché è diverso?».
«Perché sì».
Le esplosioni, intanto, tornavano ad avvicinarsi: il fumo oleoso che saliva dai Mercati Generali faceva supporre che non ci fosse più niente da devastare, laggiù. Ma per supporre, Mapang e Zivelianna avrebbero dovuto far caso a quello che succedeva intorno, e invece stavano lì a beccarsi come se, invece che su un blindato rubato a un Esterno che l’aveva rubato agli sbirri della Federazione, stessero a discutere davanti alla decappottabile di cui si diceva, in una scena di American Graffiti.
Fu così che sbucarono nel piazzale antistante i Mercati, tra le grida di giubilo sia degli Esterni Concarta alleati dei Ti-Con-Nu che dei Senzacarta alleati dei Federati, che si fronteggiavano vicino ai cancelli: ognuno credeva che il blindato fosse arrivato in soccorso del suo gruppo.
Mapang non riusciva a distinguere chi fosse chi, visto che tutte e due le bande erano nere come la pece, così spostava la mira dall’uno all’altro gruppo, indeciso su quale fosse il bersaglio giusto da colpire. Quando pensava di aver deciso per quelli un po’ più neri degli altri, stabilizzò il lanciamissili verso di loro e si preparò a sparare.
Vedendo arrivare la fine, quelli partirono alla carica del blindato per morire da guerrieri: e fu il loro grido di battaglia a salvarli.
Sentendo l’ormai ben conosciuto "VISNUUU!", infatti, Mapang deviò all’ultimo istante il tiro, mandando il missile a polverizzare l’altro gruppo.
Ancora increduli per l’insperata soluzione, gli Esterni che stavano caricando il blindato continuarono a fare qualche passo di corsa, poi proseguirono al trotto fino a fermarsi a pochi metri dal mezzo.
Quando Mapang sbucò dalla torretta, il più alto e magro del gruppo si fece avanti, sbracciandosi per salutarlo: «Gamerada! Gamerada!». Era il Concarta della mannerbund che li aveva salvati quella mattina. «Grazie, gamerada! Nu gon dì, sai!».
«Ma che ci fai con i calcuttiani? Vabbe’ che siete alleati, ma tu non sei della mannerbund dei senegalesi?».
Il sorriso del secco svanì. «Ah, bovero me… Sembre mio guore gon loro, ma Giulio Lembo e aldri miei… duddi aldri miei… niende biù».
«Oh, mi dispiace… Sono morti in combattimento?».
«No, oh no: noi invingibili, sai! Ma bruddo dibo gon gabboddo nero… lui grande sdregone! E Giulio e aldri… sbaridi di boddo! Brobrio laggiù, diedro i mergadi!».
Zivelianna si agitò: «È quello che ti sta dietro, Mapang! È vicino: dobbiamo andarcene da qui, e alla svelta!».
Prima di darle retta, Mapang si trattenne ancora un po’ sulla torretta: «E ora dov’è?».
Il secco sgranò gli occhi e li roteò intorno: «Boh? Ghissà? Guando blindado arrivado, lui via».
«Grazie, secco» lo salutò Mapang prima di chiudere il portello, «io devo andare. Ma ricordati: anche il "grande sdregone" va giù se punti alle palle!».
Quando il blindato si lasciò alle spalle le macerie fumanti dei Mercati Generali, nel vorticare del fumo s’intravide una forma ferma, nera nel nero: più o meno all’altezza del viso, un bagliore giallo lasciava intuire un disgustoso sorriso…
(fine della quattordicesima puntata)
Il pezzo di tubo Farson aveva fatto il grosso del lavoro sporco, per il resto era bastata la faccia stralunata di Mapang. Per farla breve, l’Esterno era schizzato fuori dal blindato, raggiungendo il suo compare nel fumo nero del MacD.
«Dai, Zive, salta su…».
Tenendo il motore al minimo, Mapang fiancheggiava il marciapiede del vialone, cercando di convincere Zivelianna a salire con lui sul blindato, come fosse su una decappottabile rockabilly. L’aveva riempito fino all’inverosimile con i crediti piovuti su ‘Zaerbe dagli uffici devastati dei Biancalana, ma stringendosi sul seggiolino di guida ci si poteva stare pure in due.
Una barricata fatta con cassonetti e vasi di cemento occupava metà del vialone, così Mapang dovette allontanarsi dal marciapiede per continuare ad avanzare.
Alzò di un paio di tacche il volume dell’altoparlante e ricominciò a gracchiare.
«Zive…».
«Lasciami perdere».
«Ma anche tu ridevi, prima! Eppure io non mi sono offeso!».
«È diverso».
«Perché è diverso?».
«Perché sì».
Le esplosioni, intanto, tornavano ad avvicinarsi: il fumo oleoso che saliva dai Mercati Generali faceva supporre che non ci fosse più niente da devastare, laggiù. Ma per supporre, Mapang e Zivelianna avrebbero dovuto far caso a quello che succedeva intorno, e invece stavano lì a beccarsi come se, invece che su un blindato rubato a un Esterno che l’aveva rubato agli sbirri della Federazione, stessero a discutere davanti alla decappottabile di cui si diceva, in una scena di American Graffiti.
Fu così che sbucarono nel piazzale antistante i Mercati, tra le grida di giubilo sia degli Esterni Concarta alleati dei Ti-Con-Nu che dei Senzacarta alleati dei Federati, che si fronteggiavano vicino ai cancelli: ognuno credeva che il blindato fosse arrivato in soccorso del suo gruppo.
Mapang non riusciva a distinguere chi fosse chi, visto che tutte e due le bande erano nere come la pece, così spostava la mira dall’uno all’altro gruppo, indeciso su quale fosse il bersaglio giusto da colpire. Quando pensava di aver deciso per quelli un po’ più neri degli altri, stabilizzò il lanciamissili verso di loro e si preparò a sparare.
Vedendo arrivare la fine, quelli partirono alla carica del blindato per morire da guerrieri: e fu il loro grido di battaglia a salvarli.
Sentendo l’ormai ben conosciuto "VISNUUU!", infatti, Mapang deviò all’ultimo istante il tiro, mandando il missile a polverizzare l’altro gruppo.
Ancora increduli per l’insperata soluzione, gli Esterni che stavano caricando il blindato continuarono a fare qualche passo di corsa, poi proseguirono al trotto fino a fermarsi a pochi metri dal mezzo.
Quando Mapang sbucò dalla torretta, il più alto e magro del gruppo si fece avanti, sbracciandosi per salutarlo: «Gamerada! Gamerada!». Era il Concarta della mannerbund che li aveva salvati quella mattina. «Grazie, gamerada! Nu gon dì, sai!».
«Ma che ci fai con i calcuttiani? Vabbe’ che siete alleati, ma tu non sei della mannerbund dei senegalesi?».
Il sorriso del secco svanì. «Ah, bovero me… Sembre mio guore gon loro, ma Giulio Lembo e aldri miei… duddi aldri miei… niende biù».
«Oh, mi dispiace… Sono morti in combattimento?».
«No, oh no: noi invingibili, sai! Ma bruddo dibo gon gabboddo nero… lui grande sdregone! E Giulio e aldri… sbaridi di boddo! Brobrio laggiù, diedro i mergadi!».
Zivelianna si agitò: «È quello che ti sta dietro, Mapang! È vicino: dobbiamo andarcene da qui, e alla svelta!».
Prima di darle retta, Mapang si trattenne ancora un po’ sulla torretta: «E ora dov’è?».
Il secco sgranò gli occhi e li roteò intorno: «Boh? Ghissà? Guando blindado arrivado, lui via».
«Grazie, secco» lo salutò Mapang prima di chiudere il portello, «io devo andare. Ma ricordati: anche il "grande sdregone" va giù se punti alle palle!».
Quando il blindato si lasciò alle spalle le macerie fumanti dei Mercati Generali, nel vorticare del fumo s’intravide una forma ferma, nera nel nero: più o meno all’altezza del viso, un bagliore giallo lasciava intuire un disgustoso sorriso…
(fine della quattordicesima puntata)
venerdì 16 maggio 2008
È estate, Mapang! (13)
Piegata in due e con gli occhi lacrimanti per il gran ridere, Zivelianna non si accorse subito di cosa stava succedendo. La aiutò nella comprensione il grido di guerra lanciato da qualcuno che adesso stava correndo incontro al blindato.
«VISNUUU!».
Era lo stesso grido che avevano lanciato i Concarta vicino allo stadio del Chievo. Attraverso il velo di lacrime, però, il tizio che correva con un pezzo di tubo Farson in mano le sembrò pericolosamente somigliante a Mapang.
Tra un accesso di risa e l’altro, Zivelianna riuscì a commentare la cosa: «Guarda quel mona, Mapang, sembri tu!». Lui però non rispose, e dopo qualche istante lei venne folgorata dalla terribile realtà: il tizio che stava caricando da solo il blindato non era somigliante a Mapang. Era proprio lui.
Riuscì a dire «oh mamma…» prima che un secondo missile centrasse in pieno il terzo piano, quello degli uffici amministrativi dei Biancalana: insieme ai vetri e ai calcinacci, dal palazzo piombò sulla strada una cascata di foglietti, che si sparsero delicatamente tutto intorno a lei come un’incredibile nevicata estiva. Ne prese uno al volo e lo rimirò per qualche secondo prima di rendersi conto di cosa fosse, poi, con gli occhi sgranati dalla meraviglia, tornò a guardare i foglietti che non la finivano più di nevicare: erano tutti crediti di grosso taglio. Tanti quanti non aveva mai visti in vita sua. Senza pensare più a Mapang e al blindato, Zivelianna si mise a raccoglierne quanti più poteva, e ricominciò a ridere.
Rideva ancora quando, con la felpa tanto piena di crediti da sembrare incinta di un orco, venne bloccata da un ordine perentorio: «Non ti muovere, ti tengo sotto tiro!».
La voce gracchiante veniva da un altoparlante montato in cima alla torretta del blindato, che intanto era arrivato a due metri mentre lei, distratta dalla raccolta, aveva dimenticato il pericolo incombente. Fece per scappare, ma il lanciamissili tornò a inquadrarla, muovendosi a velocità impensata per un attrezzo così grosso.
«Ferma, Zive! In alto le mani!».
Lei ubbidì, e i crediti cominciarono a cadere giù dalla felpa, coprendole i piedi. Sulla torretta si aprì un portello, e lei serrò gli occhi per un solo istante… E no, pensò, se è giunta la mia ora voglio guardare in faccia la morte: non gliela do la soddisfazione di vedermi calare le braghe, a quella brutta scimmia di un Esterno!
Così aprì gli occhi, Zivelianna, e ricordando l’affresco che dominava il Palazzo della Rivoluzione, a Roma, si sforzò di ridere come i romani fucilati a Porta Latina, dipinti da Francesco Parisi.
Ciò che vide, però, le fece morire il sorriso sprezzante sulle belle labbra: in cima al blindato, con le mani sui fianchi e gli occhiali da pilota alzati sulla fronte, Mapang si stava sganasciando dalle risate.
(fine della tredicesima puntata)
«VISNUUU!».
Era lo stesso grido che avevano lanciato i Concarta vicino allo stadio del Chievo. Attraverso il velo di lacrime, però, il tizio che correva con un pezzo di tubo Farson in mano le sembrò pericolosamente somigliante a Mapang.
Tra un accesso di risa e l’altro, Zivelianna riuscì a commentare la cosa: «Guarda quel mona, Mapang, sembri tu!». Lui però non rispose, e dopo qualche istante lei venne folgorata dalla terribile realtà: il tizio che stava caricando da solo il blindato non era somigliante a Mapang. Era proprio lui.
Riuscì a dire «oh mamma…» prima che un secondo missile centrasse in pieno il terzo piano, quello degli uffici amministrativi dei Biancalana: insieme ai vetri e ai calcinacci, dal palazzo piombò sulla strada una cascata di foglietti, che si sparsero delicatamente tutto intorno a lei come un’incredibile nevicata estiva. Ne prese uno al volo e lo rimirò per qualche secondo prima di rendersi conto di cosa fosse, poi, con gli occhi sgranati dalla meraviglia, tornò a guardare i foglietti che non la finivano più di nevicare: erano tutti crediti di grosso taglio. Tanti quanti non aveva mai visti in vita sua. Senza pensare più a Mapang e al blindato, Zivelianna si mise a raccoglierne quanti più poteva, e ricominciò a ridere.
Rideva ancora quando, con la felpa tanto piena di crediti da sembrare incinta di un orco, venne bloccata da un ordine perentorio: «Non ti muovere, ti tengo sotto tiro!».
La voce gracchiante veniva da un altoparlante montato in cima alla torretta del blindato, che intanto era arrivato a due metri mentre lei, distratta dalla raccolta, aveva dimenticato il pericolo incombente. Fece per scappare, ma il lanciamissili tornò a inquadrarla, muovendosi a velocità impensata per un attrezzo così grosso.
«Ferma, Zive! In alto le mani!».
Lei ubbidì, e i crediti cominciarono a cadere giù dalla felpa, coprendole i piedi. Sulla torretta si aprì un portello, e lei serrò gli occhi per un solo istante… E no, pensò, se è giunta la mia ora voglio guardare in faccia la morte: non gliela do la soddisfazione di vedermi calare le braghe, a quella brutta scimmia di un Esterno!
Così aprì gli occhi, Zivelianna, e ricordando l’affresco che dominava il Palazzo della Rivoluzione, a Roma, si sforzò di ridere come i romani fucilati a Porta Latina, dipinti da Francesco Parisi.
Ciò che vide, però, le fece morire il sorriso sprezzante sulle belle labbra: in cima al blindato, con le mani sui fianchi e gli occhiali da pilota alzati sulla fronte, Mapang si stava sganasciando dalle risate.
(fine della tredicesima puntata)
venerdì 9 maggio 2008
È estate, Mapang! (12)
«Ahia! Fermati che se urlo ci beccano!» gemette Mapang cercando di evitare i calci di Zivelianna. Lei continuò imperterrita, ma quando Mapang si lasciò scappare il primo strillo, gli emissari della Confraternita avevano ormai rinunciato a cercarli e stavano rimontando sul camion.
«Chiedimi scusa!» gridò Zivelianna, in piedi sull’argine, con i vestiti nuovamente gocciolanti.
«Ok. Scusa. Ma adesso hai rotto: lasciami in pace, va bene?» rispose Mapang sedendosi a terra per massaggiarsi gli stinchi.
«E no! Troppo facile…».
Lui alzò la testa per guardarla: «Cioè?».
«Cioè resto con te e continuo a insultarti finché non mi ritengo soddisfatta».
Mapang, sfinito, non le rispose nemmeno. Si alzò e cominciò stancamente a risalire verso la strada.
Dopo mezz’ora di cammino, evitando miracolosamente altri incontri con sbirri e Senzacarta, erano finalmente riusciti a tornare a ‘Zaerbe, dove si alzava il quartier generale dei Biancalana, un palazzotto antico riverniciato con un micidiale color argento, sovrastato da un gigantesco Tubo Farson rotante.
Mapang, sdraiato sul marciapiedi, sbirciò dall’angolo per controllare la situazione: col solito culo degli idraulici, il loro era l’unico edificio assolutamente intonso, mentre tutto il quartiere era stato devastato dalla rivolta, che per ora sembrava essersi spostata verso i Mercati Generali.
Incredibile a vedersi, il portiere se ne stava tranquillamente poggiato al portone e fumava una sigaretta.
«Non riesco a crederci! Finalmente un colpo di fortuna…».
Zivelianna, tranquillamente in piedi accanto a lui, lo guardò scuotendo la testa: «Fosse vero, almeno».
«Fosse vero cosa?».
«Che non ci credi. Ma tu credi a tutto… sei una causa persa, Mapang».
Lui si alzò in piedi a sua volta, spazzolandosi i pantaloni ormai ridotti a uno straccio: «E smettila! Non lo vedi che finalmente va tutto bene? Fidati di me». E s’incamminò.
«Mai più» rispose lei. Inutilmente, perché un istante dopo era al suo fianco all’ingresso del quartier generale degli idraulici.
Mezz’ora dopo erano di nuovo in strada. I Biancalana avevano fatto qualche resistenza, davanti ai crediti gocciolanti che Mapang aveva tirato fuori dal giubbotto, ma poi li avevano accettati. Tuttavia, siccome erano zuppi d’acqua di fiume, ne avevano pretesi il doppio. Malgrado tutto, Mapang era contento, perché alla fine avrebbe salvato il culo e gli sarebbero rimasti abbastanza crediti per comprarsi un’autofly nuova (anche se non di ultimissima generazione). Zivelianna era un po’ meno tranquilla…
«E adesso come la portiamo via ‘sta roba?».
«Uffa! Non la smetti mai di complicarti la vita?». Ma effettivamente qualche difficoltà - pensò senza dirlo - era innegabile, visto che il carico, tornato di sua proprietà, adesso era ammassato sul marciapiedi di ‘Zaerbe in una piramide instabile. Mapang guardò il portiere, che si era acceso un’altra sigaretta e li scrutava con malcelata commiserazione.
«Non è che avrebbe un camion da prestarci?».
Scuotendo la testa, il portiere rientrò nel palazzo, lasciando Mapang a prendersi l’ennesima valanga di parolacce da Zivelianna.
Fu allora che in fondo al vialone davanti a loro cominciò a profilarsi un mezzo blindato solitario. Arrivava lento lento, ma puntava dritto verso il quartier generale dei Biancalana.
Il primo missile sibilò verso la cima del palazzotto e colpì in pieno il mastodontico Tubo Farson, che compiendo una cabrata improbabile piombò fragorosamente sul carico di Mapang, spiattellandolo per un raggio di cento metri.
Per la prima volta in quella incredibile giornata, Zivelianna cominciò a ridere. Non la finiva più di ridere…
(fine della dodicesima puntata)
«Chiedimi scusa!» gridò Zivelianna, in piedi sull’argine, con i vestiti nuovamente gocciolanti.
«Ok. Scusa. Ma adesso hai rotto: lasciami in pace, va bene?» rispose Mapang sedendosi a terra per massaggiarsi gli stinchi.
«E no! Troppo facile…».
Lui alzò la testa per guardarla: «Cioè?».
«Cioè resto con te e continuo a insultarti finché non mi ritengo soddisfatta».
Mapang, sfinito, non le rispose nemmeno. Si alzò e cominciò stancamente a risalire verso la strada.
Dopo mezz’ora di cammino, evitando miracolosamente altri incontri con sbirri e Senzacarta, erano finalmente riusciti a tornare a ‘Zaerbe, dove si alzava il quartier generale dei Biancalana, un palazzotto antico riverniciato con un micidiale color argento, sovrastato da un gigantesco Tubo Farson rotante.
Mapang, sdraiato sul marciapiedi, sbirciò dall’angolo per controllare la situazione: col solito culo degli idraulici, il loro era l’unico edificio assolutamente intonso, mentre tutto il quartiere era stato devastato dalla rivolta, che per ora sembrava essersi spostata verso i Mercati Generali.
Incredibile a vedersi, il portiere se ne stava tranquillamente poggiato al portone e fumava una sigaretta.
«Non riesco a crederci! Finalmente un colpo di fortuna…».
Zivelianna, tranquillamente in piedi accanto a lui, lo guardò scuotendo la testa: «Fosse vero, almeno».
«Fosse vero cosa?».
«Che non ci credi. Ma tu credi a tutto… sei una causa persa, Mapang».
Lui si alzò in piedi a sua volta, spazzolandosi i pantaloni ormai ridotti a uno straccio: «E smettila! Non lo vedi che finalmente va tutto bene? Fidati di me». E s’incamminò.
«Mai più» rispose lei. Inutilmente, perché un istante dopo era al suo fianco all’ingresso del quartier generale degli idraulici.
Mezz’ora dopo erano di nuovo in strada. I Biancalana avevano fatto qualche resistenza, davanti ai crediti gocciolanti che Mapang aveva tirato fuori dal giubbotto, ma poi li avevano accettati. Tuttavia, siccome erano zuppi d’acqua di fiume, ne avevano pretesi il doppio. Malgrado tutto, Mapang era contento, perché alla fine avrebbe salvato il culo e gli sarebbero rimasti abbastanza crediti per comprarsi un’autofly nuova (anche se non di ultimissima generazione). Zivelianna era un po’ meno tranquilla…
«E adesso come la portiamo via ‘sta roba?».
«Uffa! Non la smetti mai di complicarti la vita?». Ma effettivamente qualche difficoltà - pensò senza dirlo - era innegabile, visto che il carico, tornato di sua proprietà, adesso era ammassato sul marciapiedi di ‘Zaerbe in una piramide instabile. Mapang guardò il portiere, che si era acceso un’altra sigaretta e li scrutava con malcelata commiserazione.
«Non è che avrebbe un camion da prestarci?».
Scuotendo la testa, il portiere rientrò nel palazzo, lasciando Mapang a prendersi l’ennesima valanga di parolacce da Zivelianna.
Fu allora che in fondo al vialone davanti a loro cominciò a profilarsi un mezzo blindato solitario. Arrivava lento lento, ma puntava dritto verso il quartier generale dei Biancalana.
Il primo missile sibilò verso la cima del palazzotto e colpì in pieno il mastodontico Tubo Farson, che compiendo una cabrata improbabile piombò fragorosamente sul carico di Mapang, spiattellandolo per un raggio di cento metri.
Per la prima volta in quella incredibile giornata, Zivelianna cominciò a ridere. Non la finiva più di ridere…
(fine della dodicesima puntata)
venerdì 2 maggio 2008
È estate, Mapang! (11)
«La faccenda si complica» disse Mapang seduto contro il muro sotto al ponte. La mannerbund senegalese dei Concarta era già ripartita per far danni da qualche parte.
Zivelianna finì di strizzare la felpa e lo guardò come una madre a un figlio scemo: «Mi sembri un po’ ottimista».
Lui continuò come se non l’avesse sentita, perso nel tentativo di sbrogliare la matassa: «Dunque, quei dementi della Federazione, per risolvere il casino all’Arena hanno pensato bene di regolarizzare quei Senzacarta che vanno "alla guerra" al posto loro, togliendo le castagne dal fuoco agli sbirri, che invece hanno le mani legate dalla Convenzione Europea».
«Sì, e quando tutto sarà finito, quelli che ancora saranno in grado di tenersi in piedi potranno restare in Italia» mormorò Zivelianna, «ma ti rendi conto che è fantascienza?».
«Perché?».
«Come perché! Un permesso di soggiorno a costo della vita?».
«Boh, evidentemente a casa loro è peggio, dopo che i Gruppi se ne sono andati belli grassi e li hanno lasciati a scannarsi fra tribù».
«Cretino, io parlo della vita dei nostri! Hanno aizzato i Senzacarta contro i Ti-Con-Nu!».
Mapang alzò le spalle: «Se la caveranno… e poi si fanno aiutare dai gameradi Concarta, no? Io invece sono nella merda: finché il centro è chiuso non posso raggiungere il palazzo della Confraternita per restituire il materiale; e finché non finisce il casino non ho modo di trovare quelli del Biancalana per ricomprargli il materiale che devo restituire alla Confraternita».
«Ancora con quelli del Biancalana!? Ti fregheranno un’altra volta».
«Trascurerei l’altro problema» continuò Mapang sempre senza ascoltarla.
«Cioè?».
«La possibilità che il sicario della Confraternita mi torni a cercare».
«Non si sa mai».
«Ma figurati, con questo casino…».
Sopra il ponte si fermò un camion, dal quale scesero una decina di uomini: «Capo, è qua sotto che li hanno visti!» gridò una voce.
«Mlui luo mvuoglio mvivuo!» rispose un’altra.
Zivelianna incrociò le braccia e fece un sorrisetto.
«Zive, ma portassi jella?».
«Brutto stronzo di un romano!».
«Sssh! Zitta! E corri! Quello era il cappotto-nero di prima!» sussurrò Mapang trascinandola in acqua.
Attraverso il fitto delle canne li videro arrivare proprio dove un attimo prima stavano seduti loro due.
Sotto l’acqua, Zivelianna continuava a tirare calci sugli stinchi di Mapang.
(fine dell’undicesima puntata)
Zivelianna finì di strizzare la felpa e lo guardò come una madre a un figlio scemo: «Mi sembri un po’ ottimista».
Lui continuò come se non l’avesse sentita, perso nel tentativo di sbrogliare la matassa: «Dunque, quei dementi della Federazione, per risolvere il casino all’Arena hanno pensato bene di regolarizzare quei Senzacarta che vanno "alla guerra" al posto loro, togliendo le castagne dal fuoco agli sbirri, che invece hanno le mani legate dalla Convenzione Europea».
«Sì, e quando tutto sarà finito, quelli che ancora saranno in grado di tenersi in piedi potranno restare in Italia» mormorò Zivelianna, «ma ti rendi conto che è fantascienza?».
«Perché?».
«Come perché! Un permesso di soggiorno a costo della vita?».
«Boh, evidentemente a casa loro è peggio, dopo che i Gruppi se ne sono andati belli grassi e li hanno lasciati a scannarsi fra tribù».
«Cretino, io parlo della vita dei nostri! Hanno aizzato i Senzacarta contro i Ti-Con-Nu!».
Mapang alzò le spalle: «Se la caveranno… e poi si fanno aiutare dai gameradi Concarta, no? Io invece sono nella merda: finché il centro è chiuso non posso raggiungere il palazzo della Confraternita per restituire il materiale; e finché non finisce il casino non ho modo di trovare quelli del Biancalana per ricomprargli il materiale che devo restituire alla Confraternita».
«Ancora con quelli del Biancalana!? Ti fregheranno un’altra volta».
«Trascurerei l’altro problema» continuò Mapang sempre senza ascoltarla.
«Cioè?».
«La possibilità che il sicario della Confraternita mi torni a cercare».
«Non si sa mai».
«Ma figurati, con questo casino…».
Sopra il ponte si fermò un camion, dal quale scesero una decina di uomini: «Capo, è qua sotto che li hanno visti!» gridò una voce.
«Mlui luo mvuoglio mvivuo!» rispose un’altra.
Zivelianna incrociò le braccia e fece un sorrisetto.
«Zive, ma portassi jella?».
«Brutto stronzo di un romano!».
«Sssh! Zitta! E corri! Quello era il cappotto-nero di prima!» sussurrò Mapang trascinandola in acqua.
Attraverso il fitto delle canne li videro arrivare proprio dove un attimo prima stavano seduti loro due.
Sotto l’acqua, Zivelianna continuava a tirare calci sugli stinchi di Mapang.
(fine dell’undicesima puntata)
lunedì 28 aprile 2008
È estate, Mapang! (10)
«Minchia!» gridò Mapang. «Pensavo che fosse ridotta un rottame e che m’avrebbe lasciato a terra, prima o poi».
Stava aggiungendo «anzi, credevo mi potesse lasciare a mezz’aria» quando con un CLANG! il cofano vomitò un geiser di fumo nero. Il motore mandò il bramito del moribondo. Nell’istante in cui l’autofly precipitava a sasso, due razzi la sorvolarono mancandola d’un soffio e si andarono a infilare nella cupola della Romeo-Network, che sublimò in cristalli liquidi come fuoco d’artificio.
«Reggetevi!». Paolino, aggrappato al volante, smanettava con la cloche cercando di tenere la Panda in asse.
«Guarda dove vai, bestia!» gridò Zivelianna spostando per lui il volante un attimo prima che si schiantassero sul palazzo fumante della tv veronese.
«Dovrebbe aprire gli occhi, per vederci» riuscì a dire Mapang: con un improvvisa impennata, l’autofly mancò l’impatto col selciato e, dopo aver falciato le chiome di venti platani, rimbalzò sull’acqua del Piave fino al Ponte di Mezzo, dove si fermò, cominciando a inabissarsi lentamente in un preoccupante gorgogliare.
Annasparono fino a riva, aiutati da un ramo frondoso di platano che era rimasto in bilico sul cofano. Dall’argine, alcuni giovani Esterni li guardavano con facce feroci.
Arrivata per prima alla massicciata, insultando Mapang e Paolino e tutti gli uomini del mondo, Zivelianna si accorse di loro ma prima di riuscire a tornare in acqua quelli la trascinarono all’asciutto, evitando a fatica calci e morsi.
«Ahia! Verma!» ruggì quello che l’aveva afferrata per le braccia, un tipo scheletrico e di un nero tendente al viola.
«Verme sarai tu, brutto negraccio!».
«No, no: verma, vermati, noi gameradi!».
«Ferma, Zive! Sembrano amici».
«Sì, sì! Amici, camerati!» disse un altro, con un sorriso a sessanta denti.
«Ma dimme te… Qualcuno mi spieghi che succede. Io rinuncio a capirci qualcosa» ansimò Mapang sdraiandosi sull’argine per riprendere fiato.
Tutto contento, il secondo Esterno, quello che parlava meglio, gli si sedette vicino: «Noi Concarta abbiamo fatto alleanza coi i Ti-Con-Nu».
«Sì, sì!» disse il primo. «Senzagarta dolgono lavoro! Dolgono gase!».
«È vero» confermò il primo (che, spiegò, quando aveva ottenuto la cittadinanza aveva cambiato il proprio nome in Giulio Lembo), «non c’è posto per clandestini, qui: i Senzacarta arrivano e pretendono tutto e subito… sono un pericolo per l’Italia onesta».
Mapang si tirò su: «Allora erano amici vostri quelli che hanno assalito gli Esterni al parcheggio».
«Non lo so».
«Gridavano "Visnu!"».
Giulio Lembo sorrise felice: «Sì, sì! È la mannerbund dei calcuttiani: camerati anche loro, adesso».
«Dio ci aiuti» sospirò Zivelianna, «sono più matti di un padovano».
«Già, e Paolino dov’è?» esclamò Mapang guardando il fiume.
Trascinato dalla corrente, Paolino il Matto, ancora aggrappato al ramo di platano, si allontanava piano verso il mare.
(fine della decima puntata)
Stava aggiungendo «anzi, credevo mi potesse lasciare a mezz’aria» quando con un CLANG! il cofano vomitò un geiser di fumo nero. Il motore mandò il bramito del moribondo. Nell’istante in cui l’autofly precipitava a sasso, due razzi la sorvolarono mancandola d’un soffio e si andarono a infilare nella cupola della Romeo-Network, che sublimò in cristalli liquidi come fuoco d’artificio.
«Reggetevi!». Paolino, aggrappato al volante, smanettava con la cloche cercando di tenere la Panda in asse.
«Guarda dove vai, bestia!» gridò Zivelianna spostando per lui il volante un attimo prima che si schiantassero sul palazzo fumante della tv veronese.
«Dovrebbe aprire gli occhi, per vederci» riuscì a dire Mapang: con un improvvisa impennata, l’autofly mancò l’impatto col selciato e, dopo aver falciato le chiome di venti platani, rimbalzò sull’acqua del Piave fino al Ponte di Mezzo, dove si fermò, cominciando a inabissarsi lentamente in un preoccupante gorgogliare.
Annasparono fino a riva, aiutati da un ramo frondoso di platano che era rimasto in bilico sul cofano. Dall’argine, alcuni giovani Esterni li guardavano con facce feroci.
Arrivata per prima alla massicciata, insultando Mapang e Paolino e tutti gli uomini del mondo, Zivelianna si accorse di loro ma prima di riuscire a tornare in acqua quelli la trascinarono all’asciutto, evitando a fatica calci e morsi.
«Ahia! Verma!» ruggì quello che l’aveva afferrata per le braccia, un tipo scheletrico e di un nero tendente al viola.
«Verme sarai tu, brutto negraccio!».
«No, no: verma, vermati, noi gameradi!».
«Ferma, Zive! Sembrano amici».
«Sì, sì! Amici, camerati!» disse un altro, con un sorriso a sessanta denti.
«Ma dimme te… Qualcuno mi spieghi che succede. Io rinuncio a capirci qualcosa» ansimò Mapang sdraiandosi sull’argine per riprendere fiato.
Tutto contento, il secondo Esterno, quello che parlava meglio, gli si sedette vicino: «Noi Concarta abbiamo fatto alleanza coi i Ti-Con-Nu».
«Sì, sì!» disse il primo. «Senzagarta dolgono lavoro! Dolgono gase!».
«È vero» confermò il primo (che, spiegò, quando aveva ottenuto la cittadinanza aveva cambiato il proprio nome in Giulio Lembo), «non c’è posto per clandestini, qui: i Senzacarta arrivano e pretendono tutto e subito… sono un pericolo per l’Italia onesta».
Mapang si tirò su: «Allora erano amici vostri quelli che hanno assalito gli Esterni al parcheggio».
«Non lo so».
«Gridavano "Visnu!"».
Giulio Lembo sorrise felice: «Sì, sì! È la mannerbund dei calcuttiani: camerati anche loro, adesso».
«Dio ci aiuti» sospirò Zivelianna, «sono più matti di un padovano».
«Già, e Paolino dov’è?» esclamò Mapang guardando il fiume.
Trascinato dalla corrente, Paolino il Matto, ancora aggrappato al ramo di platano, si allontanava piano verso il mare.
(fine della decima puntata)
giovedì 24 aprile 2008
È estate, Mapang! (9)
«Zive non fiatare! Se ci vedono…».
Tri-tri-triii!
«Tu pensa a zittire quel coso, piuttosto!».
Tri-tri-triii!
«Cazzo, ci hanno visto!».
Nell’attimo di silenzio seguente alla sparatoria, il trillo del microcell aveva fatto girare i due poliziotti più vicini, che ovviamente si erano accorti che c’era qualcuno in mezzo al campo. E adesso stavano correndo verso di loro.
«È il numero del Matto: io rispondo. Tanto ormai siamo fritti… Paolino, dove sei?».
«Ciao, Mapang! Guarda su, che arriva Babbo Natale!».
L’istante dopo, una Panda Millennium picchiò strombazzando sopra di loro e atterrò sopra il materassone del salto in alto. Dal finestrino sbucò la faccia attonita di Paolino il Matto: «Se avete un attimo di pazienza la metto meglio».
«Felmi o spalo!».
Senza aspettare oltre, Mapang e Zivelianna saltarono dentro l’autofly: «Via subito! Parti!».
Paolino, con le pallottole che fischiavano tutto intorno, guardò il materassone sotto l’autofly: «Ma così rischio di rovinarlo…».
«Parti, bestia, parti!».
«Felmi, detto io, felmi o spalo!» gridava il poliziotto cinese, che intanto continuava a sparare.
E finalmente l’autofly prese il volo, incendiando il materassone del salto in alto in un nuvolone nero di gomma bruciata.
Guardando in basso il poliziotto che vomitava involtini primavera e pollo alle mandorle, Mapang raschiò un abbozzo di risata: «Quel cinese fa come nel film con Alberto Sordi: prima spara e poi dice chi va là».
«La Grande guerra».
«Bravo Paolino, hai studiato. Accendi la radio, va’, così sentiamo che cosa sta succedendo. E vai verso il centro» disse Mapang guardando la città sotto di loro. La radio, però, non voleva saperne di beccare il notiziario 24su24. «Prova a togliere il dolby: la mia così funziona» provò Mapang.
Infatti così funzionava. Risultò che le mannerbund degli Esterni Senzacarta avevano proposto agli sbirri della Federazione di aiutarli a sedare i tumulti, in cambio del permesso di soggiorno. Così si spiegava la presenza di poliziotti cinesi e africani allo stadio del Chievo.
«Ma non lo capiscono che così s’infilano in un vicolo cieco?» commentò Zivelianna battendo la mano sul sedile davanti.
«Lo capiranno fin troppo presto… Intanto vediamo di non finirci noi» disse Mapang. Poi lisciò la tappezzeria strappata e si rivolse di nuovo al Matto: «Allora, come l’hai rimediato sto catorcio? Sembra la Panda mia».
«Dalla mannerbund dei rumeni… Gli ho dato in pegno il mio scooter: se gliela riporto entro stasera me lo ridanno: vogliono solo cinquanta pezzi».
Zivelianna scoppiò a ridere: «Ti xe mato, Padova… Ne ritrovi due, di scooter stasera!».
Mapang, intanto continuava a guardare perplesso l’interno dell’autofly. Finché non aprì lo sportellino nel cruscotto: dentro c’erano i suoi Rayban a specchio.
«Cazzo, Paoli’! Ma questa è la Panda mia!».
«In che senso?».
«Nel senso che quei bastardi dei rumeni me l’hanno fregata e te l’hanno rivenduta!».
«Ma pensa la vita… Incredibile, no?» commentò Paolino scuotendo la testa, con un sorriso felice. «Ma tanto non devi preoccuparti, perché stasera… Ossignore…» concluse sbiancando, «ma allora ho perso il mio scooter!».
«Puoi dire giuro» disse la ragazza, guardando l’Arena, sempre più vicina, che ancora fumava.
Mapang si grattò la testa: «Non ti preoccupare, so essere riconoscente con chi mi salva la pelle, vero Zive?»
«Meglio che mi sto zitta».
«Ma dai, tutto s’aggiusta».
In quel momento l’autofly ebbe un sobbalzo improvviso e fece una cabrata vertiginosa.
«Cazzo fai, Paoli’! ’Sta macchina casca a pezzi, vai piano!».
«È che abbiamo un paio di intercettori in coda».
Due elicotteri della Federazione Veneta si stavano avvicinando a velocità pazzesca.
(fine della nona puntata)
Tri-tri-triii!
«Tu pensa a zittire quel coso, piuttosto!».
Tri-tri-triii!
«Cazzo, ci hanno visto!».
Nell’attimo di silenzio seguente alla sparatoria, il trillo del microcell aveva fatto girare i due poliziotti più vicini, che ovviamente si erano accorti che c’era qualcuno in mezzo al campo. E adesso stavano correndo verso di loro.
«È il numero del Matto: io rispondo. Tanto ormai siamo fritti… Paolino, dove sei?».
«Ciao, Mapang! Guarda su, che arriva Babbo Natale!».
L’istante dopo, una Panda Millennium picchiò strombazzando sopra di loro e atterrò sopra il materassone del salto in alto. Dal finestrino sbucò la faccia attonita di Paolino il Matto: «Se avete un attimo di pazienza la metto meglio».
«Felmi o spalo!».
Senza aspettare oltre, Mapang e Zivelianna saltarono dentro l’autofly: «Via subito! Parti!».
Paolino, con le pallottole che fischiavano tutto intorno, guardò il materassone sotto l’autofly: «Ma così rischio di rovinarlo…».
«Parti, bestia, parti!».
«Felmi, detto io, felmi o spalo!» gridava il poliziotto cinese, che intanto continuava a sparare.
E finalmente l’autofly prese il volo, incendiando il materassone del salto in alto in un nuvolone nero di gomma bruciata.
Guardando in basso il poliziotto che vomitava involtini primavera e pollo alle mandorle, Mapang raschiò un abbozzo di risata: «Quel cinese fa come nel film con Alberto Sordi: prima spara e poi dice chi va là».
«La Grande guerra».
«Bravo Paolino, hai studiato. Accendi la radio, va’, così sentiamo che cosa sta succedendo. E vai verso il centro» disse Mapang guardando la città sotto di loro. La radio, però, non voleva saperne di beccare il notiziario 24su24. «Prova a togliere il dolby: la mia così funziona» provò Mapang.
Infatti così funzionava. Risultò che le mannerbund degli Esterni Senzacarta avevano proposto agli sbirri della Federazione di aiutarli a sedare i tumulti, in cambio del permesso di soggiorno. Così si spiegava la presenza di poliziotti cinesi e africani allo stadio del Chievo.
«Ma non lo capiscono che così s’infilano in un vicolo cieco?» commentò Zivelianna battendo la mano sul sedile davanti.
«Lo capiranno fin troppo presto… Intanto vediamo di non finirci noi» disse Mapang. Poi lisciò la tappezzeria strappata e si rivolse di nuovo al Matto: «Allora, come l’hai rimediato sto catorcio? Sembra la Panda mia».
«Dalla mannerbund dei rumeni… Gli ho dato in pegno il mio scooter: se gliela riporto entro stasera me lo ridanno: vogliono solo cinquanta pezzi».
Zivelianna scoppiò a ridere: «Ti xe mato, Padova… Ne ritrovi due, di scooter stasera!».
Mapang, intanto continuava a guardare perplesso l’interno dell’autofly. Finché non aprì lo sportellino nel cruscotto: dentro c’erano i suoi Rayban a specchio.
«Cazzo, Paoli’! Ma questa è la Panda mia!».
«In che senso?».
«Nel senso che quei bastardi dei rumeni me l’hanno fregata e te l’hanno rivenduta!».
«Ma pensa la vita… Incredibile, no?» commentò Paolino scuotendo la testa, con un sorriso felice. «Ma tanto non devi preoccuparti, perché stasera… Ossignore…» concluse sbiancando, «ma allora ho perso il mio scooter!».
«Puoi dire giuro» disse la ragazza, guardando l’Arena, sempre più vicina, che ancora fumava.
Mapang si grattò la testa: «Non ti preoccupare, so essere riconoscente con chi mi salva la pelle, vero Zive?»
«Meglio che mi sto zitta».
«Ma dai, tutto s’aggiusta».
In quel momento l’autofly ebbe un sobbalzo improvviso e fece una cabrata vertiginosa.
«Cazzo fai, Paoli’! ’Sta macchina casca a pezzi, vai piano!».
«È che abbiamo un paio di intercettori in coda».
Due elicotteri della Federazione Veneta si stavano avvicinando a velocità pazzesca.
(fine della nona puntata)
giovedì 17 aprile 2008
È estate, Mapang! (8)
«Ciao Map! Prima dev’essere caduta la linea. Allora, come va?».
«Sono nella merda. Devo arrivare dall’altra parte della città e sono a piedi».
«Ma scusa, Map, perché non prendi l’auto?».
«Non mi chiamare Map e non fare domande del cazzo, Paoli’! Evidentemente non posso, no? Oggi non pensavo mi servisse e sono uscito in metro».
«Va bene. Scusa, Mapang, scusa. Vuoi che te ne rimedio una io?».
Zivelianna alzò la testa: «Ma la smetti di perdere tempo con quel dissociato?»
«Ssssh! Fammi sentire… Come dicevi?».
«Ti chiedevo scusa, perché non sapevo ti dessero fastidio i diminutivi, visto che mi chiami Paoli’: per questo…».
«Dopo, dopo! Che dicevi della macchina? Che puoi prestarmela?».
«Ah, già. No, prestarti un’autofly non è possibile, perché io non ce l’ho. Però potrei rimediartene una al volo… scusa il gioco di parole».
«Davvero puoi? Quanto ci metteresti?».
«Dammi un’ora e sono da te».
«Grande! Corri come il vento, Paoli’! Io t’aspetto qua: chiamami quando hai fatto».
«Va bene, allora vado a cercartene una».
Mapang fece un salto e abbracciò la ragazza: «Hai sentito? Siamo salvi: Paolino ci porta un’autofly».
Lei si staccò e sgranò gli occhi: «Salvati da Paolino il Matto? Ma ti sei fritto il cervello? È un dissociato, e poi è di Padova!».
«Ma dai, non esagerare, in fondo lui non…».
Squillò di nuovo il microcell: «Sì?». Era Paolino.
«Scusa, Map… ehm… Mapang, scusa. Ma dov’è che sei?».
«Allo stadio del Chievo».
«Va bene, scusa. Ci…». Click! Mapang chiuse il microcell e imitò Zivelianna, sedendosi a terra con le mani nei capelli.
«Visto?» fece lei incrociando le braccia.
Senza alzare gli occhi, lui scosse la testa: «Non infierire».
Stavano ancora così, sconsolati al centro della pista di atletica, quando un vociare chiassoso cominciò ad avvicinarsi allo stadio: dai cancelli si vedevano i musi di un paio di camion e, a giudicare dal rumore, altri ne stavano arrivando.
Si sdraiarono sull’erba cercando di non farsi vedere, guardandosi attorno in cerca di una via d’uscita.
Intanto, scortati da poliziotti in tenuta antisommossa, decine di Esterni venivano spinti malamente all’interno dello stadio. Alcuni erano feriti e si appoggiavano l’uno con l’altro. Un gruppo cercò di sfuggire al controllo e prese a correre verso un’uscita secondaria, ma venne falciato dal fuoco dei poliziotti.
Zivelianna era atterrita. Mapang strizzò gli occhi per vederci meglio, il che non fece altro che lasciarlo ancora più confuso: «Non è possibile, sto sognando…».
I poliziotti che avevano sparato erano chiaramente Esterni: due africani e un cinese.
(fine dell’ottava puntata)
«Sono nella merda. Devo arrivare dall’altra parte della città e sono a piedi».
«Ma scusa, Map, perché non prendi l’auto?».
«Non mi chiamare Map e non fare domande del cazzo, Paoli’! Evidentemente non posso, no? Oggi non pensavo mi servisse e sono uscito in metro».
«Va bene. Scusa, Mapang, scusa. Vuoi che te ne rimedio una io?».
Zivelianna alzò la testa: «Ma la smetti di perdere tempo con quel dissociato?»
«Ssssh! Fammi sentire… Come dicevi?».
«Ti chiedevo scusa, perché non sapevo ti dessero fastidio i diminutivi, visto che mi chiami Paoli’: per questo…».
«Dopo, dopo! Che dicevi della macchina? Che puoi prestarmela?».
«Ah, già. No, prestarti un’autofly non è possibile, perché io non ce l’ho. Però potrei rimediartene una al volo… scusa il gioco di parole».
«Davvero puoi? Quanto ci metteresti?».
«Dammi un’ora e sono da te».
«Grande! Corri come il vento, Paoli’! Io t’aspetto qua: chiamami quando hai fatto».
«Va bene, allora vado a cercartene una».
Mapang fece un salto e abbracciò la ragazza: «Hai sentito? Siamo salvi: Paolino ci porta un’autofly».
Lei si staccò e sgranò gli occhi: «Salvati da Paolino il Matto? Ma ti sei fritto il cervello? È un dissociato, e poi è di Padova!».
«Ma dai, non esagerare, in fondo lui non…».
Squillò di nuovo il microcell: «Sì?». Era Paolino.
«Scusa, Map… ehm… Mapang, scusa. Ma dov’è che sei?».
«Allo stadio del Chievo».
«Va bene, scusa. Ci…». Click! Mapang chiuse il microcell e imitò Zivelianna, sedendosi a terra con le mani nei capelli.
«Visto?» fece lei incrociando le braccia.
Senza alzare gli occhi, lui scosse la testa: «Non infierire».
Stavano ancora così, sconsolati al centro della pista di atletica, quando un vociare chiassoso cominciò ad avvicinarsi allo stadio: dai cancelli si vedevano i musi di un paio di camion e, a giudicare dal rumore, altri ne stavano arrivando.
Si sdraiarono sull’erba cercando di non farsi vedere, guardandosi attorno in cerca di una via d’uscita.
Intanto, scortati da poliziotti in tenuta antisommossa, decine di Esterni venivano spinti malamente all’interno dello stadio. Alcuni erano feriti e si appoggiavano l’uno con l’altro. Un gruppo cercò di sfuggire al controllo e prese a correre verso un’uscita secondaria, ma venne falciato dal fuoco dei poliziotti.
Zivelianna era atterrita. Mapang strizzò gli occhi per vederci meglio, il che non fece altro che lasciarlo ancora più confuso: «Non è possibile, sto sognando…».
I poliziotti che avevano sparato erano chiaramente Esterni: due africani e un cinese.
(fine dell’ottava puntata)
martedì 8 aprile 2008
È estate, Mapang! (7)
Si ritrovarono di nuovo al parcheggio dei taxi, quasi vuoto per la fuga precipitosa di tutti i mezzi. L’unico rimasto, che non riusciva a mettere in moto, era quello del tassista con cui avevano parlato poco prima, che ostiando dava calci all’alettone di poppa - «Esci, bestia! Vieni fuori!» - come se ce l’avesse con un cane rintanato dopo aver combinato qualche guaio.
Mapang, frenando la corsa, gli chiese se poteva portarli via da là: «Andiamo dove vuole lei, basta che ci allontaniamo!».
Quello smise di prendere a calci il flytaxi e allargò le braccia, sconsolato: «Se riesce a farlo uscire lei la porto dove vuole» rispose indicando l’alettone incastrato.
Intanto la situazione andava di male in peggio, visto che alla battaglia delle due mannerbund di Esterni si erano uniti una ventina di veronesi, facendo gruppo con i secondi arrivati, quelli che avevano caricato gridando «Visnu!». Per la frustrazione, Mapang pensò seriamente di prendere a capocciate il taxi, ma proprio allora un mattone gli sfiorò il naso e si schiantò sul cofano: con il solito, pacifico sibilo, l’alettone uscì completamente dal suo alloggio.
L’autista saltò dentro, seguito da Zivelianna e Mapang, e sfrecciò via lasciando a terra la piazza impazzita.
Sorvolando i tetti, la scena apparve troppo assurda perché arrivassero subito a capire cosa stava succedendo davvero, ma dopo che una contraerea improvvisata sulla terrazza del Banco Veneto cercò di buttarli giù come quaglie all’apertura della caccia, facendoli tornare a razzo verso la periferia, si resero conto che quella era una rivolta in piena regola, con tutta Verona Vecchia messa a ferro e fuoco.
Il tassista atterrò con qualche scossone sulla pista d’atletica del A.S. Chievo: «Capolinea! Si scende!».
Zivelianna sgranò gli occhi: «E noi che ci facciamo qua?».
«Affari vostri, e ringraziate che v’ho salvato il culo!» rispose quello. Poi, con una vecchia ma lucida 7,65 magicamente comparsa nella mano destra, indicò un cancello verde: «Da lì potete uscire. Poi vi consiglio di rintanarvi da qualche parte».
Capita l’antifona, Mapang trascinò fuori Zivelianna, che aveva cominciato a insultare il tassista con oscenità che avrebbero fatto arrossire un facchino dei mercati generali.
Quando il flytaxi ripartì, lei gli mostrò i pugni, rossa in faccia e scarmigliata come una strega: «Ti si staccasse l’alettone di poppa!» gridò. E mentre l’auto s’impennava per sorvolare gli spalti dello stadio, dal cofano cadde qualcosa che luccicava nell’aria: il flytaxi prese a vorticare di qua e di là, finché scomparve alla vista.
Con un sorriso feroce, Zivelianna si voltò verso Mapang: «E tu stai in campana!».
Lui si grattò le fonti vitali e disse, con voce incerta: «Zive, io e te amici. A-m-i-c-i!».
Lei alzò gli occhi al cielo e crollò seduta, mettendosi le mani nei capelli.
Fu allora che il microcell di Mapang squillò di nuovo.
(fine della settima puntata)
Mapang, frenando la corsa, gli chiese se poteva portarli via da là: «Andiamo dove vuole lei, basta che ci allontaniamo!».
Quello smise di prendere a calci il flytaxi e allargò le braccia, sconsolato: «Se riesce a farlo uscire lei la porto dove vuole» rispose indicando l’alettone incastrato.
Intanto la situazione andava di male in peggio, visto che alla battaglia delle due mannerbund di Esterni si erano uniti una ventina di veronesi, facendo gruppo con i secondi arrivati, quelli che avevano caricato gridando «Visnu!». Per la frustrazione, Mapang pensò seriamente di prendere a capocciate il taxi, ma proprio allora un mattone gli sfiorò il naso e si schiantò sul cofano: con il solito, pacifico sibilo, l’alettone uscì completamente dal suo alloggio.
L’autista saltò dentro, seguito da Zivelianna e Mapang, e sfrecciò via lasciando a terra la piazza impazzita.
Sorvolando i tetti, la scena apparve troppo assurda perché arrivassero subito a capire cosa stava succedendo davvero, ma dopo che una contraerea improvvisata sulla terrazza del Banco Veneto cercò di buttarli giù come quaglie all’apertura della caccia, facendoli tornare a razzo verso la periferia, si resero conto che quella era una rivolta in piena regola, con tutta Verona Vecchia messa a ferro e fuoco.
Il tassista atterrò con qualche scossone sulla pista d’atletica del A.S. Chievo: «Capolinea! Si scende!».
Zivelianna sgranò gli occhi: «E noi che ci facciamo qua?».
«Affari vostri, e ringraziate che v’ho salvato il culo!» rispose quello. Poi, con una vecchia ma lucida 7,65 magicamente comparsa nella mano destra, indicò un cancello verde: «Da lì potete uscire. Poi vi consiglio di rintanarvi da qualche parte».
Capita l’antifona, Mapang trascinò fuori Zivelianna, che aveva cominciato a insultare il tassista con oscenità che avrebbero fatto arrossire un facchino dei mercati generali.
Quando il flytaxi ripartì, lei gli mostrò i pugni, rossa in faccia e scarmigliata come una strega: «Ti si staccasse l’alettone di poppa!» gridò. E mentre l’auto s’impennava per sorvolare gli spalti dello stadio, dal cofano cadde qualcosa che luccicava nell’aria: il flytaxi prese a vorticare di qua e di là, finché scomparve alla vista.
Con un sorriso feroce, Zivelianna si voltò verso Mapang: «E tu stai in campana!».
Lui si grattò le fonti vitali e disse, con voce incerta: «Zive, io e te amici. A-m-i-c-i!».
Lei alzò gli occhi al cielo e crollò seduta, mettendosi le mani nei capelli.
Fu allora che il microcell di Mapang squillò di nuovo.
(fine della settima puntata)
martedì 1 aprile 2008
È estate, Mapang! (6)
Tutto il quartiere dell’Arena era in tumulto.
L’assalto dei tifosi in difesa di Sbrego, al grido di «Nu con tì!», rientrava ancora nello svolgersi quotidiano degli eventi. La situazione era precipitata quando, con i resti della garitta dei Maestri dei Giochi, qualcuno aveva pensato bene di improvvisare un rogo sotto i piedi di arbitri e celerini appesi a bordo campo. Tempo dopo si scoprì che a farsi venire la brillante idea erano stati i veneziani, che con la scusa del Servaggio ne avevano approfittato per vendicarsi di antiche ruggini con gli arbitri veronesi. Al momento, però, poco importava chi fossero i responsabili di tanto casino, perché gli altoparlanti lanciarono l’inevitabile avviso: «Il derby Verona-Venezia», evento clou della giornata, valido per l’accesso ai play-off per lo scudetto di serie A, «è rimandato a data da destinarsi». A quel punto, entrambe le mannerbund del tifo veneto si erano scatenate nelle devastazioni. In poco, tutta l’Arena era in fiamme.
E la Federazione aveva reagito di conseguenza.
Davanti agli occhi sgranati di Mapang e Zivelianna, uno dei due elicotteri venne abbattuto da un razzo sparato dal tetto di una casa e scomparve alla loro vista per qualche secondo: subito un boato immane e un fumo nero si levarono nell’aria. Qualcosa vibrò sulla gamba di Mapang, che fece un salto e cominciò a spazzarsi i pantaloni con la mano, prima di rendersi conto che era solo una telefonata al microcell, che continuava a vibrare nel tascone dei combat.
Era Paolino il Matto, che aveva sentito notizia dei casini alla radio e chiedeva un rendiconto dal vivo.
«Per poco non te lo faccio dal morto, Paoli’! Sono appena sfuggito a un sicario della Confraternita!» rispose Mapang. «Che si dice a Padova?».
Zivelianna se lo guardò a bocca aperta: «Ma sei scemo più di lui?».
«Shh! Zitta che ti sente…».
«Che mi frega! Ti metti a fare salotto adesso?».
Mapang attaccò il microcell senza salutare e se lo rinfilò in tasca. «Ok, scusa. Allontaniamoci da qui e vediamo di raggiungere in qualche modo il Palazzo della Confraternita: prima diciamo "fine" a ’sta storia e meglio mi sento. Anzi, o diciamo fine entro stamattina, oppure sono fregato».
Cominciarono a camminare a buon passo verso ’Zaerbe, dove c’era un parcheggio di taxi, sia a ruote che fly. Stranamente lo trovarono quasi pieno, ma il sollievo passò subito, perché non c’era modo di arrivare a Giroaltro, visto che ormai tutta la cerchia interna della città era in allarme e ai mezzi era proibito muoversi se non per andare in periferia.
«Tutti i mezzi?».
«Tutti i mezzi pubblici. Per i privati non c’è un divieto esplicito».
«Bene!».
«Bene una sega! Quelli sparano a vista» replicò il tassista, e col mozzicone della sigaretta simulò il lancio di un razzo: «Ziuwonnn!».
Mapang e Zivelianna andarono a sedersi sulle panchine del giardino al centro della piazza. Fumarono anche loro una sigaretta, e dall’Arena arrivò un altro boato.
«Questo sembrava più vicino…» disse lei.
«Ma no, figurati… Sono…». Fu allora che videro il primo gruppo armato di bastoni e catene correre liberamente al centro della strada. Erano una trentina e cantavano uno strano inno in una lingua incomprensibile.
Zivelianna saltò in piedi: «E quelli?».
«Merda! Sembra una mannerbund di Esterni! Ma…».
«VISNUUU!!!».
Dai cespugli tutto intorno a loro sbucò fuori una decina di ragazzi dalla pelle scura. Gridando come pazzi si gettarono addosso a quelli che cantavano. In un attimo la strada divenne un campo di battaglia.
«Che fanno!» esclamò Zivelianna. «Ma non sono Esterni anche questi altri?». Quindi si alzò. «Andiamo a vedere».
«Cazzo fai, corri!» gridò Mapang prendendola per mano.
Un attimo dopo la panchina dove stavano seduti veniva distrutta da un cassonetto rivoltato dai rivoltosi.
Ma loro due già correvano lontano da lì.
(fine della sesta puntata)
sabato 29 marzo 2008
È estate, Mapang! (5)
Mapang non aveva mai corso tanto in vita sua.
Prima gli ultrabufali, poi quei mentecatti dei neopunk… Alla fine, pensando di aver messo abbastanza metri tra lui e le zecche-sonanti, come li chiamava Zivelianna, vide i vagoni della metro con le porte che si stavano per chiudere e ci s’infilò con un salto, fermandosi poi a fare ciao-ciao con la manina dal finestrino chiuso. Purtroppo per lui, una vecchia decise di farsi aiutare dal controllore proprio in quel momento, e le porte si riaprirono per qualche secondo: giusto in tempo per far sì che i neopunk arrivassero a valanga, seppellendo la vecchina, il controllore e Mapang, immobile al centro del vagone a smadonnare contro la sfiga.
Nessuno pensò di avvertire il conducente, e così la metro ripartì con la massa informe che si agitava sopra i tre sventurati. La vecchia, spiattellata sotto a tutti, non si muoveva più e il controllore vomitava addosso a Mapang, che, ad occhi chiusi per lo schifo, cercava di ripararsi da cazzotti e calci menati a casaccio dai neopunk. All’improvviso la pressione e i cazzotti finirono. Un istante era l’inferno, l’istante dopo, semplicemente, la pace totale (se in pace si può dire uno con naso sanguinante, labbro gonfio e tutto il resto imbrattato di vomito di controllore). In ogni caso, una piacevole nebbiolina fresca diede sollievo immediato alla faccia martoriata di Mapang, che la respirò avidamente, sentendosi immediatamente meglio. Decisamente meglio. Quasi euforico.
Cautamente si tirò su in ginocchio, aprì prima l’occhio destro e poi cercò di aprire il sinistro senza riuscirci… ma quello che vide col destro era più che sufficiente: neopunk, controllore e vecchina si erano volatilizzati, e sopra di lui ora torreggiava un uomo coperto da un grande cappotto nero e la faccia nascosta nel cappuccio. In mano, il cappotto-nero stringeva un nebulizzatore coreano: immediatamente l’euforia data dalla "piacevole nebbiolina" venne sostituita da una consapevolezza orrenda… «Oh merda! Mi sono fatto di neopunk nebulizzati!».
Malgrado tutto ancora euforico, Mapang stava cercando di capire se vomitare o no, quando il cappotto-nero gli puntò contro il nebulizzatore e parlò come se si fosse morso la lingua a sangue: «MVERMUE, MTI HO MRISPUARMIATWO PER GUARDARMTI IN FACCIUA MEMNTRWE MWORUI!».
«Come? Scusa, ma proprio non…».
Il cappotto-nero trafficò con un aggeggio che portava sul collo, e dopo qualche sibilo la sua voce uscì da un artoparlantino che portava al petto, gracchiante ma chiara: «Verme! Ti ho risparmiato per guardarti in faccia mentre muori!».
Bennng!
Il rumore della martellata sulla testa del cappotto-nero risuonò nel vagone come una campana del mattino. Quello, riassestandosi il cappuccio che gli era calato un po’ scoprendo una faccia cerosa, si girò lentamente verso Zivelianna, che se ne stava là, a bocca aperta, a guardare il martello con la punta sformata. Il cappotto-nero puntò il nebulizzatore sulla ragazza, ma prima di fare alcunché crollò al suolo con un mugolio soffocato. «Le palle!» gridò Mapang massaggiandosi il piede indolenzito per il colpo, «sulla testa non sentono niente. Non chiedermi perché, ma l’unico punto debole sono i coglioni… o quel che hanno là sotto. Andiamo!». Il treno aveva finalmente frenato e aveva aperto le porte alla fermata ‘Zaerbe. Mapang e Zivelianna schizzarono fuori rullando i primi passeggeri che cercavano di entrare.
Una volta in strada e sicuri di non essere più inseguiti, Mapang cercò di abbracciare Zivelianna. «Zive! Io non… non ci speravo più, di vederti. Ti…».
La ragazza gli diede uno spintone, allontanandolo: «Non ti azzardare a toccarmi, bastardo ingrato!».
«Zive…».
«T’ho aiutato solo perché mi sei passato davanti e ho visto il tipo che ti stava dietro… Bravo, bel furbo!» disse scuotendo la testa. «Se non c’ero io…».
Mapang vide le guance arrossate della ragazza e s’infilò nel varco come un coltello nel burro. Fece la faccia desolata (non che gli ci volesse molto) e allargò le braccia: «Ma io lo so che non dovevo dirti quella cosa, solo che non ero mai stato inseguito da due ultrabufali, prima. Dài, lo sai che sto male se stai male tu».
Lei abbassò la testa e raspò i piedi sull’asfalto. «Un signore è un signore anche davanti all’inferno» disse, ma la grinta era già scesa di tono. Dopo qualche istante di sospensione, Zivelianna alzò gli occhi e abbozzò un sorriso: «Davvero sei stato male?».
Mapang stava per abbracciarla, quando sopra le loro teste si sentì un frastuono assordante: due Agusta-Elefante con gli stemmi della Federazione sfioravano i tetti volando in direzione dell’Arena. Solo allora si accorsero che il cielo sopra l’antico stadio, a un paio di chilometri da loro, era tutto nero per il fumo che si levava da basso. Gli Elefante arrivarono sopra l’Arena e si fermarono in stallo, con le eliche che li tenevano immobili a mezz’aria come abnormi calabroni. Poi cominciarono a sparare con cannoncini e mitragliatrici.
(fine della quinta puntata)
Prima gli ultrabufali, poi quei mentecatti dei neopunk… Alla fine, pensando di aver messo abbastanza metri tra lui e le zecche-sonanti, come li chiamava Zivelianna, vide i vagoni della metro con le porte che si stavano per chiudere e ci s’infilò con un salto, fermandosi poi a fare ciao-ciao con la manina dal finestrino chiuso. Purtroppo per lui, una vecchia decise di farsi aiutare dal controllore proprio in quel momento, e le porte si riaprirono per qualche secondo: giusto in tempo per far sì che i neopunk arrivassero a valanga, seppellendo la vecchina, il controllore e Mapang, immobile al centro del vagone a smadonnare contro la sfiga.
Nessuno pensò di avvertire il conducente, e così la metro ripartì con la massa informe che si agitava sopra i tre sventurati. La vecchia, spiattellata sotto a tutti, non si muoveva più e il controllore vomitava addosso a Mapang, che, ad occhi chiusi per lo schifo, cercava di ripararsi da cazzotti e calci menati a casaccio dai neopunk. All’improvviso la pressione e i cazzotti finirono. Un istante era l’inferno, l’istante dopo, semplicemente, la pace totale (se in pace si può dire uno con naso sanguinante, labbro gonfio e tutto il resto imbrattato di vomito di controllore). In ogni caso, una piacevole nebbiolina fresca diede sollievo immediato alla faccia martoriata di Mapang, che la respirò avidamente, sentendosi immediatamente meglio. Decisamente meglio. Quasi euforico.
Cautamente si tirò su in ginocchio, aprì prima l’occhio destro e poi cercò di aprire il sinistro senza riuscirci… ma quello che vide col destro era più che sufficiente: neopunk, controllore e vecchina si erano volatilizzati, e sopra di lui ora torreggiava un uomo coperto da un grande cappotto nero e la faccia nascosta nel cappuccio. In mano, il cappotto-nero stringeva un nebulizzatore coreano: immediatamente l’euforia data dalla "piacevole nebbiolina" venne sostituita da una consapevolezza orrenda… «Oh merda! Mi sono fatto di neopunk nebulizzati!».
Malgrado tutto ancora euforico, Mapang stava cercando di capire se vomitare o no, quando il cappotto-nero gli puntò contro il nebulizzatore e parlò come se si fosse morso la lingua a sangue: «MVERMUE, MTI HO MRISPUARMIATWO PER GUARDARMTI IN FACCIUA MEMNTRWE MWORUI!».
«Come? Scusa, ma proprio non…».
Il cappotto-nero trafficò con un aggeggio che portava sul collo, e dopo qualche sibilo la sua voce uscì da un artoparlantino che portava al petto, gracchiante ma chiara: «Verme! Ti ho risparmiato per guardarti in faccia mentre muori!».
Bennng!
Il rumore della martellata sulla testa del cappotto-nero risuonò nel vagone come una campana del mattino. Quello, riassestandosi il cappuccio che gli era calato un po’ scoprendo una faccia cerosa, si girò lentamente verso Zivelianna, che se ne stava là, a bocca aperta, a guardare il martello con la punta sformata. Il cappotto-nero puntò il nebulizzatore sulla ragazza, ma prima di fare alcunché crollò al suolo con un mugolio soffocato. «Le palle!» gridò Mapang massaggiandosi il piede indolenzito per il colpo, «sulla testa non sentono niente. Non chiedermi perché, ma l’unico punto debole sono i coglioni… o quel che hanno là sotto. Andiamo!». Il treno aveva finalmente frenato e aveva aperto le porte alla fermata ‘Zaerbe. Mapang e Zivelianna schizzarono fuori rullando i primi passeggeri che cercavano di entrare.
Una volta in strada e sicuri di non essere più inseguiti, Mapang cercò di abbracciare Zivelianna. «Zive! Io non… non ci speravo più, di vederti. Ti…».
La ragazza gli diede uno spintone, allontanandolo: «Non ti azzardare a toccarmi, bastardo ingrato!».
«Zive…».
«T’ho aiutato solo perché mi sei passato davanti e ho visto il tipo che ti stava dietro… Bravo, bel furbo!» disse scuotendo la testa. «Se non c’ero io…».
Mapang vide le guance arrossate della ragazza e s’infilò nel varco come un coltello nel burro. Fece la faccia desolata (non che gli ci volesse molto) e allargò le braccia: «Ma io lo so che non dovevo dirti quella cosa, solo che non ero mai stato inseguito da due ultrabufali, prima. Dài, lo sai che sto male se stai male tu».
Lei abbassò la testa e raspò i piedi sull’asfalto. «Un signore è un signore anche davanti all’inferno» disse, ma la grinta era già scesa di tono. Dopo qualche istante di sospensione, Zivelianna alzò gli occhi e abbozzò un sorriso: «Davvero sei stato male?».
Mapang stava per abbracciarla, quando sopra le loro teste si sentì un frastuono assordante: due Agusta-Elefante con gli stemmi della Federazione sfioravano i tetti volando in direzione dell’Arena. Solo allora si accorsero che il cielo sopra l’antico stadio, a un paio di chilometri da loro, era tutto nero per il fumo che si levava da basso. Gli Elefante arrivarono sopra l’Arena e si fermarono in stallo, con le eliche che li tenevano immobili a mezz’aria come abnormi calabroni. Poi cominciarono a sparare con cannoncini e mitragliatrici.
(fine della quinta puntata)
mercoledì 26 marzo 2008
È estate, Mapang! (4)
Dalla galleria che collegava l’entrata al marciapiede direzione Giroaltro, tappezzata di manifesti con un Babbo Natale in bermuda hawaiani su una spiaggia tropicale, veniva una musica che a Mapang ricordava qualcosa, ma era talmente sbagliata che non riusciva a tornargli in mente. Intendiamoci, era quasi perfetta, ma forse proprio per questo il suo cervello si rifiutava di classificarla. Quando arrivò a metà galleria, vide che era un gruppo di grotteschi neopunk, impeccabili come la musica che suonavano, nel senso che avevano tutto al posto giusto: spille, sporcizia, anfibi e lattine di birra sparse intorno. Ma come tante imitazioni erano così teatrali che ti veniva da vomitare solo a vederli. E stavano massacrando Rock the Casbah (adesso l’aveva riconosciuta) con un’esecuzione perfettina perfettina: «Più cuore e meno mestiere, teste di cazzo!» gridò confidando nel frastuono delle chitarre elettriche perfettamente distorte. L’insulto cascò proprio sui 2,5 secondi del controtempo prima del ritornello: nella versione registrata (o anche dal vivo, se è per questo) quei secondi sono abbondantemente coperti dal rullo della batteria. Ma, disgraziatamente per Mapang, i neopunk della metro direzione Giroaltro non avevano la batteria, e il suo «teste di cazzo!» rimbombò sotto la volta della galleria come una cupa condanna a morte.
Essendo perfette imitazioni, i neopunk fecero precisamente quello che ci si sarebbe aspettato da loro: cioè la faccia brutta, e cominciarono a inseguire Mapang per le gallerie della metro, dove i manifesti demenziali con Babbo Natale surfista erano stati sostituiti con la pubblicità del concerto di Mezz'estate in piazza del Duomo.
A loro volta i neopunk erano inseguiti dallo strano tipo vestito di nero che inseguiva Mapang.
Ma dietro il tipo nero cominciò a correre qualcun altro.
(fine della quarta puntata)
Essendo perfette imitazioni, i neopunk fecero precisamente quello che ci si sarebbe aspettato da loro: cioè la faccia brutta, e cominciarono a inseguire Mapang per le gallerie della metro, dove i manifesti demenziali con Babbo Natale surfista erano stati sostituiti con la pubblicità del concerto di Mezz'estate in piazza del Duomo.
A loro volta i neopunk erano inseguiti dallo strano tipo vestito di nero che inseguiva Mapang.
Ma dietro il tipo nero cominciò a correre qualcun altro.
(fine della quarta puntata)
giovedì 20 marzo 2008
È estate, Mapang! (3)
Gli allievi Elettropalli terminarono il giro trionfale con Mapang sulle spalle. Ma lui, invece di lanciare baci alla folla in delirio, guardava l’arco buio dov’era sparita Zivelianna qualche minuto prima, come se il solo guardare potesse farla tornare indietro…
«Alla fine ce l’hai fatta, filippin de merda!». Il ruggito con il quale l’omone accompagnò la tremenda pacca sulle spalle pareva il verso degli ultrabufali redivivi. Invece era solo Sbrego, il capo della Ti-Con-Nu, la mannerbund più importante del tifo veronese.
«Sono più italiano di te, Sbrego, non spaccarmi le palle, oltre alla schiena. Mi chiamo Mapang perché…».
«Bah… filippini, negri, romani… tutti uguali!» gridò, ma poi abbracciò Mapang in una stretta da orso, tutto contento. «Grazie, camerata! Oggi ti me gà dato una gioia grande: quei bastardi dei veneziani avevano scommesso un mese di Servaggio che finivi spiattellato nei primi cinque minuti della sfida».
Mapang lo guardò dalla testa rasata (una ventina di centimetri sopra la sua) alle Doc Marten’s sformate: «E voi avevate scommesso che avrei vinto?» gli chiese sbalordito.
«Ma va’ in mona, mato!» rispose Sbrego mollandogli un’altra pacca tremenda. «Avevamo puntato sul tuo spiattellamento dopo sei minuti!».
Tra una pacca e l’altra, Mapang era finito davanti alla garitta dei Maestri dei Giochi, dove avrebbe dovuto ritirare i Crediti vinti. I tre Maestri, però, guardandolo dall’alto in basso (non per la statura, ma perché rimanevano comodamente seduti dietro le finestre in cima alla garitta) gli dissero che la vincita era stata bloccata dai boss della Confraternita, che la reclamavano a copertura di un certo credito che avevano con Mapang.
«Ma i Crediti che ho vinto oggi valgono tre volte il debito che ho con loro! Quel carico…».
«A noi non interessano carichi e valori. Mi dispiace, ma è la regola» rispose l’Arbitro, cioè il Maestro più anziano. Quindi richiuse la garitta, dichiarando concluso il colloquio.
«Brutto bastardo incartapecorito!» gridò Mapang cominciando a scalare la garitta. «Non è mai esistita una regola del genere! Dammi i miei Crediti! Voglio i miei Crediti!» cominciò a gridare, prendendo a calci la porta in cima alla struttura di legno.
Suonò una sirena.
Dallo stesso arco buio nel quale era sparita Zivelianna, uscì uno squadrone di celerini che puntò dritto alla garitta dei Maestri. Manganelli in mano, una metà degli sbirri cominciò a scalare la struttura di legno per tirare giù Mapang, mentre l’altra metà cercava di tirare giù Sbrego, che da parte sua tirava calci in faccia a tutti quelli che si avvicinavano troppo. Alla fine, però, il numero ebbe la meglio sul mostruoso capo dei Ti-Con-Nu. Fu allora che le mannerbund dei tifosi assiepati sulle gradinate dell’Arena (i veronesi, ma anche i veneziani, che inaugurarono così il mese di Servaggio) con un urlo bestiale si riversarono sul campo di gioco prendendo d’assalto i celerini e sradicando la garitta. Mapang piombò al suolo con la porta ancora in mano. Sotto di lui si contorceva l’Arbitro, piangendo fratture multiple: l’unico arto ancora sano era la mano destra, e con quella stringeva avidamente il sacchetto dei Crediti reclamati dalla Confraternita; sulla pelle grinzosa del polso aveva un tatuaggio bluastro: era il tubo Farson, stemma degli Idraulici della famiglia Biancalana, proprio quelli che gli avevano fatto perdere il carico della Confraternita.
Con un sorriso felice, Mapang, gridando «molla l'osso!» calò la porta sul braccio residuo del vecchio Maestro dei Giochi e finalmente ottenne insieme il meritato premio e una piccola, gustosa, vendetta. Poi, con il sacchetto infilato sotto il giubbotto, svicolò carponi per qualche metro, quindi corse via dagli scontri e, infilandosi nell’arco buio, riuscì infine ad uscire dall’Arena, dalla quale già si levavano alte colonne di fumo.
Su Verona splendeva un sole stupendo. Sul petto, Mapang sentiva il confortante spessore dei Crediti vinti. Dentro il petto, però, nessun sacchetto sarebbe riuscito a riempire la voragine aperta dall’immagine di Zivelianna che se ne andava a testa bassa.
«Sono un fesso» disse scuotendo la testa, mentre cominciava a scendere le scale della metro direzione Giroaltro.
«Poco ma sicuro» pensò un tipo vestito di nero, alle sue spalle, «poco ma sicuro».
Ma disgraziatamente la lettura del pensiero non era una qualità in cui Mapang eccelleva.
(fine della terza puntata)
lunedì 17 marzo 2008
È estate, Mapang! (2)
«Giuro che questa me la paghi!».
«Sarebbe la prima volta che risarcisco qualcuno volentieri, ma ho paura che dovrò rinunciare alla novità: qua si mette male!».
Effettivamente, con due ultrabufali incazzati che li inseguivano nell’arena chiusa e neanche un’arma decente per difendersi… be’, "si mette male" suonava un po’ come una presa per il culo, ma a Mapang non vennero in mente risposte più appropriate, mentre correva insieme a Zivelianna.
«Di qua!» gridò buttandosi dietro il grande palo centrale, e lei lo imitò appena in tempo per evitare le corna arrotate delle bestie, che scavarono un solco profondo nel legno. Gli ultrabufali continuarono di slancio, sollevando una nuvola di terra nel vano tentativo di fermare la corsa e tornare a puntare i due esseri umani. E mentre Zive apriva la bocca per insultare ancora il suo compagno, il vento girò riempiendogliela di polvere. In quell’istante di tregua, Mapang si sentì come nella vecchia storiella zen… quella dell’uomo che sta appeso a metà di un burrone, attaccato a un ramo che si sta spezzando, con una tigre sopra e una sotto, e lui si gode il gusto di una fragola selvatica piluccata da una piantina sulla parete… «Solo che manca la fragola!». Ma intanto Vale stava riacquistando la voce, e i due ultrabufali riuscivano a controllare la corsa e cominciavano a girarsi per tornare indietro…
Già. "Si sta mettendo male" apparteneva ad un passato felice.
Suo padre glielo aveva sempre detto: «Quando cominci a perdere di brutto, non cercare di rifarti: paga o scappa!». È come una Legge Cosmica della Sfiga, tipo che se all’inizio va male poi peggiora. Ma lui non se n’era mai fatta una ragione, e di solito smetteva di addentrarsi nei vicoli ciechi quando si spiaccicava il naso sul muro in fondo. Anche con la storia del carico perso, Mapang s’era ingarellato un’altra volta con la legge del male in peggio… E ora, invece di arrovellarsi per una scusa credibile con quelli della Confraternita, stava lì a vedersela con le due bestie più cazzute mai scese nell’Arena da quando avevano riaperto i giochi (e con loro le scuse funzionavano meno che con i boss).
«Ci mancavi solo tu, adesso!» gridò a Zivelianna, che ne restò sbalordita.
«Ma brutto bastardo d’un romano! Son venuta qui a salvarti il culo quando…» cominciò a rispondere lei, ferma in mezzo all’Arena con le mani sui fianchi, senza più ripararsi dietro al palo, quando l’ennesima carica degli ultrabufali la costrinse a buttarsi di lato proprio all’ultimo istante. Le due bestie, disorientate dalla mossa improvvisa proprio quando pensavano di avere il bocconcino a portata di corna, si schiantarono una dopo l’altra contro il grosso tronco di legno stagionato piantato al centro del campo di gioco: il palo crollò a terra con uno schianto secco, e i due ultrabufali fecero lo stesso con due schianti secchi.
Le bandiere alzate dai giudici scatenarono il boato della folla assiepata sugli spalti, impazzita per l’incredibile soluzione dell’incontro.
Mapang, però, non fece caso a nulla di tutto questo… Aveva rischiato la vita per vincere, e ora si sentiva il cuore ridotto a un sasso: Zivelianna, a testa bassa, se ne stava andando dall’Arena.
«Zive, io…» cominciò… e mentre cercava (senza trovarla) una parola giusta per fermarla, gli allievi Elettropalli lo sollevarono portandolo in trionfo. E lontano da lei.
(fine della seconda puntata)
«Sarebbe la prima volta che risarcisco qualcuno volentieri, ma ho paura che dovrò rinunciare alla novità: qua si mette male!».
Effettivamente, con due ultrabufali incazzati che li inseguivano nell’arena chiusa e neanche un’arma decente per difendersi… be’, "si mette male" suonava un po’ come una presa per il culo, ma a Mapang non vennero in mente risposte più appropriate, mentre correva insieme a Zivelianna.
«Di qua!» gridò buttandosi dietro il grande palo centrale, e lei lo imitò appena in tempo per evitare le corna arrotate delle bestie, che scavarono un solco profondo nel legno. Gli ultrabufali continuarono di slancio, sollevando una nuvola di terra nel vano tentativo di fermare la corsa e tornare a puntare i due esseri umani. E mentre Zive apriva la bocca per insultare ancora il suo compagno, il vento girò riempiendogliela di polvere. In quell’istante di tregua, Mapang si sentì come nella vecchia storiella zen… quella dell’uomo che sta appeso a metà di un burrone, attaccato a un ramo che si sta spezzando, con una tigre sopra e una sotto, e lui si gode il gusto di una fragola selvatica piluccata da una piantina sulla parete… «Solo che manca la fragola!». Ma intanto Vale stava riacquistando la voce, e i due ultrabufali riuscivano a controllare la corsa e cominciavano a girarsi per tornare indietro…
Già. "Si sta mettendo male" apparteneva ad un passato felice.
Suo padre glielo aveva sempre detto: «Quando cominci a perdere di brutto, non cercare di rifarti: paga o scappa!». È come una Legge Cosmica della Sfiga, tipo che se all’inizio va male poi peggiora. Ma lui non se n’era mai fatta una ragione, e di solito smetteva di addentrarsi nei vicoli ciechi quando si spiaccicava il naso sul muro in fondo. Anche con la storia del carico perso, Mapang s’era ingarellato un’altra volta con la legge del male in peggio… E ora, invece di arrovellarsi per una scusa credibile con quelli della Confraternita, stava lì a vedersela con le due bestie più cazzute mai scese nell’Arena da quando avevano riaperto i giochi (e con loro le scuse funzionavano meno che con i boss).
«Ci mancavi solo tu, adesso!» gridò a Zivelianna, che ne restò sbalordita.
«Ma brutto bastardo d’un romano! Son venuta qui a salvarti il culo quando…» cominciò a rispondere lei, ferma in mezzo all’Arena con le mani sui fianchi, senza più ripararsi dietro al palo, quando l’ennesima carica degli ultrabufali la costrinse a buttarsi di lato proprio all’ultimo istante. Le due bestie, disorientate dalla mossa improvvisa proprio quando pensavano di avere il bocconcino a portata di corna, si schiantarono una dopo l’altra contro il grosso tronco di legno stagionato piantato al centro del campo di gioco: il palo crollò a terra con uno schianto secco, e i due ultrabufali fecero lo stesso con due schianti secchi.
Le bandiere alzate dai giudici scatenarono il boato della folla assiepata sugli spalti, impazzita per l’incredibile soluzione dell’incontro.
Mapang, però, non fece caso a nulla di tutto questo… Aveva rischiato la vita per vincere, e ora si sentiva il cuore ridotto a un sasso: Zivelianna, a testa bassa, se ne stava andando dall’Arena.
«Zive, io…» cominciò… e mentre cercava (senza trovarla) una parola giusta per fermarla, gli allievi Elettropalli lo sollevarono portandolo in trionfo. E lontano da lei.
(fine della seconda puntata)
martedì 11 marzo 2008
È estate, Mapang! (1)
Aveva parcheggiato in un vicolo dietro al ristorante cinese di Zio D, vicino ai cassonetti dell’immondizia. Troppo vicino, probabilmente, ma se ne era reso conto quando ormai le porte della metro si erano chiuse dietro di lui…
Non che un ferrovecchio come il suo potesse attirare chissà quanti sguardi, no. Ma in quella zona le mannerbund degli Esterni erano da tempo impegnate in una gara demenziale a chi bruciava più cassonetti, e a farne le spese erano fin troppo spesso le autofly parcheggiate nei pressi. «Un giorno o l’altro mi lascerà a terra» pensò guardando le gallerie buie scorrere veloci dai finestrini del vagone, «ma finché dura…». Poi fece spallucce. «Tanto ormai è tardi».
In effetti era tardi per molte cose, non solo per mettere al sicuro un ferrovecchio come la sua Panda Millennium che, a ben pensarci, avrebbe non solo potuto lasciarlo a terra, ma anche («cazzo, è vero!») grippare mentre stava a mezz’aria, il che sarebbe stato ben più fastidioso che non ritrovarsi a piedi per colpa dei giochi pirotecnici di quei minus habens dei giovani Esterni.
Troppo tardi per molte cose, dicevamo. Perché - quello era il problema vero - tempo dieci fermate e avrebbe saputo di che morte doveva morire. «Ah! Morte… magari fosse…». In effetti, per uno come Mapang, perdere un carico poteva significare qualcosa di peggio della morte. Di notevolmente peggio, a ben vedere: quel poveraccio di Ro-Girge era stato scorticato per molto meno. Alla Confraternita non piaceva rinunciare al materiale, e di solito non perdeva tempo a fartelo notare.
Mapang guardò la propria faccia specchiata nel finestrino e fece un sorriso sbilenco: niente di che, come ripeteva sempre Zivelianna, prendendolo in giro, ma a quella faccia c’era abituato e gli sarebbe scocciato non poco doverci rinunciare.
Zivelianna… avrebbe fatto bene ad ascoltarla, invece di fare il paraculo con quelli del Biancalana: «Lasciali perdere» aveva detto lei salutandolo davanti all’Arena, «con gli idraulici non si fanno affari. Vedrai che ci perdi i denti e qualcos’altro».
Ma com’è che dicevamo prima? Adesso è tardi. Per questo, quando scese alla fermata di Giroaltro, accalcato nella folla di turisti, si ritrovò a sperare che l’arrivo dell’estate portasse un po’ di buonumore ai boss della Confraternita. «Magari, se mi presentassi con un pensierino…». A quel punto Zive si sarebbe rotolata a terra dalle risate. «Bah! Sono stato un pollo fatto e finito. Adesso dovrò inventarmi una scusa credibile, altro che pensierino!». Facile a dirsi, ma inventarti una scusa con gente che ti legge dentro la testa come sulle pagine del Pamantul risulta alquanto ostico, poco ma sicuro.
E con questa perla di saggezza, si avviò a testa bassa verso il Palazzo, che svettava a un centinaio di metri dall’uscita della metro.
Quando fu il momento di mettersi in fila ai cancelli per la timbratura vocale, però, Mapang ci ripensò: «E no, cazzo! Sarò pure un pollo, ma io non ci vado lassù a farmi spennare». Quindi continuò a camminare, e all’improvviso, come se il solo fatto di disubbidire gli avesse tolto il peso dal cuore, tutto gli fu finalmente chiaro: «Torno all’Arena e rivinco il carico».
E stavolta, mentre ripercorreva la strada che lo avrebbe portato di nuovo sotto la metro, la testa non era bassa. Anzi, se ne stava con il naso all’insù, guardando le autofly di nuova generazione che sfrecciavano tra le guglie di Giroaltro: «Magari domani me ne compro una anch’io», pensò. Perché la decisione che aveva preso, per quanto assurda fosse (più che assurda suicidale), gli aveva fatto tornare a galla il vecchio buon umore. E sulle scale della metro, fermata Giroaltro direzione Arena, prese a fischiettare la canzone di Zivelianna.
(fine della prima puntata)
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